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martedì, agosto 10, 2010

papà

Quella notte d'improvviso è iniziato a piovere, e noi con esso.

Da tempo ormai avevo deciso quali sarebbero stati i due argomenti che avrei trattato rispettivamente negli ultimi due post, quelli che avevo promesso di scrivere prima di chiudere questo blog. Avrei tanto voluto che l'ordine fosse stato inverso, ma il destino ha deciso diversamente.

Dedico dunque questo mio post al mio amato padre Bartolomeo, mancato, dopo un anno di malattia e tribolazioni, all'una e quaranta del mattino del 5 agosto 2010. Dopo una mattinata travagliata, nel primo pomeriggio del 4 si era finalmente assopito al fresco del mio ventaglio, e il suo volto aveva ritrovato quella stessa espressione di rinnovata giovinezza e serenità che egli ha mantenuto nella morte, avvenuta nel suo letto e alla presenza dei suoi cari, come voleva lui. La nostra ultima straziante conversazione si era tenuta circa una settimana prima, allorché mi chiese come avrei chiamato la mia nuova figlia, e mi confessò che avrebbe tanto voluto restare con noi ancora qualche anno. Posso solo immaginare quanto dev'essere stata penosa per lui l'idea di separarsi dai suoi adorati nipotini, ancora così piccoli.
L'ultimo libro che mio padre ha letto è stato Memorabili di Senofonte. L'ultimo CD che ha ascoltato conteneva le sinfonie No. 59, 49 e 58 di Franz Joseph Haydn. L'ultimo albero da frutto da lui piantato, un melo.
Non sapendo da che parte iniziare nell'affrontare un argomento che richiederebbe uno spazio ben maggiore, provo a scavare tra i sentimenti che ora si affollano dentro di me, mentre piano piano si posano le ceneri del caos generato inizialmente dal trauma. Il primo a emergere è naturalmente il senso di vuoto, la tangibilità del cratere che ora, per la prima volta dopo trentadue anni, si è creato nella mia esistenza. Guardo con apprensione e timore al futuro evirato della presenza di mio padre. Mi sento sperduto, di fronte all'interruzione dei suoi insegnamenti. E provo quasi un senso di ribrezzo, nei confronti di ciò che è rimasto, degli oggetti inutilizzati, delle cose senza padrone. Ogni oggetto emana una fosforescenza di rimandi e di ricordi, e mi domanda cosa ne faremo ora. Mi chiedo quanto tempo dovrà passare prima che tale incandescenza si raffreddi, e ogni cosa possa essere vista e utilizzata per ciò che è e rappresenta.
E' più difficile di quel che sembri, e tale difficoltà è accentuata dal fatto che mio padre era un uomo animato da mille interessi, da innumerevoli bizzarri "balìn" che fioccavano di anno in anno: la sua curiosità intellettuale spaziava dalla musica sinfonica alla letteratura classica, dalla filosofia alla religione, dalla fotografia all'astronomia, dall'agricoltura alla micologia, dal buon cibo alla degustazione dei vini, dai viaggi ad accenni di entomologia prematuramente interrotti. E poi ancora l'alpinismo, lo sci di fondo, il ciclismo, il tennis, il jogging, un rudimentale pattinaggio e soprattutto le passeggiate in campagna col suo amato san bernardo Moloch, che si faceva sempre tirare per poi precederlo verso la meta finale circa un anno fa. Per non parlare dei suoi bizzarri esperimenti nei campi della cucina e del bricolage, campi nei quali era assolutamente negato e che produssero disastrosi frutti difficilmente dimenticabili. Infine le collezioni di coltelli, di orologi a cipolla, gli alberi genealogici e la storia del territorio, la mania della catalogazione e dell'archiviazione, un passato da amministratore comunale e chissà cos'altro sto dimenticando ora. Tutte passioni coltivate talvolta con duratura costanza, talvolta con effimera superficialità, ma che hanno e continuano rilasciare miriadi di spore e tracce tangibili con le quali ora io e la mia famiglia dovremo confrontarci.
La mancanza non riguarda solo i suoi numerosi pregi di uomo rusticamente semplice eppure estremamente brillante, di medico professionale e competente, di intellettuale dalle mille risorse (pregi che gli hanno guadagnato stima e affetto da parte di molti colleghi e compaesani): la mancanza riguarda ugualmente, e forse più, i suoi altrettanto innumerevoli difetti, quelli che si manifestavano per lo più nella sfera privata e domestica. Tali difetti, che talvolta lo facevano apparire più simile a un Homer Simpson in carne ed ossa, oppure, a tratti, a una sorta di Alberto Sordi piemontese, gli conferivano un'aura di fragile umanità che era per me motivo di immenso amore, tenerezza e simpatia.
In questi giorni mi sono chiesto quale sarà la cosa che mi mancherà più di lui. Credo che sia il suo formidabile senso dell'umorismo, perché, a parte tutto, mio padre era una delle persone più divertenti che conoscessi. Adoravo le sue calcolate esagerazioni circa le proprie doti ("Il martello di Dio" si faceva chiamare quando giocava a tennis; "The Voice" quando cantava De André accompagnato da mia sorella al piano; quando faceva ciclismo, ci sfidava scherzosamente a tastare la durezza del suo polpaccio; ci narrava che da giovane, giocando a calcio, aveva preso col pallone una traversa con una potenza tale che la porta tremava ancora a decenni di distanza).
Mi terrò stretti tutti i pregi e i difetti che lui mi ha geneticamente o culturalmente trasmesso. Perché è la parte di lui che ancora vive in me e che, insieme a tutto ciò che ha avuto il tempo di insegnarmi nei trentadue anni della mia vita, io cercherò di trasmettere ai miei figli.
Nella disgrazia, mi ritengo fortunato di avere avuto l'opportunità di godermi mio padre per diversi mesi dopo la traumatica notizia di un anno fa, e di averlo potuto fare con la consapevolezza necessaria per non lasciarmi sfuggire tutte le occasioni di momenti importanti e felici. Abbiamo passato delle ore belle e istruttive in giardino, nell'orto, nel frutteto. Ricordo con piacere quella faticosa mattinata spesa nel quasi comico tentativo di estrarre un enorme sasso dal terreno per fare spazio a una pianta.
Ciao papà, ti ho voluto tanto bene, e ti ringrazio per tutto quello che ci hai dato. Eri così bello sul letto di morte, che è stato ancora più difficile lasciarti.

Ti saluto con un brano che, tanti anni fa, mi facesti ascoltare in salotto, dicendomi che musiche così tristi forse dovrebbero proibirle.

sabato, aprile 24, 2010

che scivolò nel fiume a primavera

Dopo la pioggia di ieri, il sole è tornato prepotente.

Questo post non rientra nel conto alla rovescia che chiude il sipario sul mio blog.
Giovedì 22 Aprile mi è giunta la notizia che Marinella, mia madrina, cugina prima di mia madre, era mancata dopo aver lottato contro un tumore per due anni, con una forza e un coraggio che non immaginavo avesse.
Marinella, la donna che mi tiene in braccio nella foto qui a fianco (insieme a mio padrino), era la unica figlia di mio zio Dorino, di cui avevo già parlato qualche tempo fa su questo blog. Viveva a Terni, quindi non la vedevo spesso. Ultimamente, poi, ci si vedeva più che altro nella cornice di ricorrenze spesso più tristi che liete.
Di Marinella ricorderò gli occhi chiari e allungati, la chioma rossa d'un tempo, l'abbigliamento anni Ottanta di quand'ero bambino e quella voce calda e sonora, dal tono gentile, dal timbro un po' particolare, dall'accento inconfondibilmente piemontese.

Quando facevo le medie, mi regalò un gioco da tavolo chiamato "Inkognito". Una specie di "Cluedo" ma più complesso. Mi ha sempre affascinato perché era un gioco di spie ambientato durante il Carnevale di Venezia. Ci ho giocato per la prima volta a distanza di dieci anni, perché bisognava essere per forza in tre o quattro, e non riuscivo mai a trovare qualcuno che avesse voglia di impararsi le regole. Ce l'ho ancora da qualche parte e lo terrò per ricordo.

Ieri sera, durante il rosario nella cappellina di Canale, mi sono reso conto di essere seduto quasi nello stesso punto in cui era seduta lei al mio battesimo, come mostra una foto di trentadue anni fa. La circolarità della cosa mi ha colpito, e mi è sembrato di cogliere il significato delle cerimonie nella vita di una persona.
Il ricordo più intenso che serberò di Marinella è la forza del suo abbraccio al funerale di mio zio Dorino.

giovedì, settembre 17, 2009

gemma

L'aria ha già un altro odore, le vespe iniziano a morire sulla strada, i trattori si caricano d'uva. Finalmente Agosto se ne è andato.

Ho deciso di riaprire il blog, senza troppi impegni. Quando mi viene da scrivere qualcosa, insomma.
Un mese fa, prima di tornare a casa, ho pensato di andare a trovare mia nonna Gemma che era a letto con la febbre alta da qualche giorno. Era lì coricata sul letto ed emetteva piccoli gemiti. Aveva gli occhi chiusi, era priva di conoscenza. Il giorno dopo alle otto e mezza è squillato il telefono, e ho subito capito che era morta. Il 18 agosto, stesso giorno di Fernanda Pivano. Ho preso la bici e sono volato a casa sua. La sua pelle era ancora calda, il volto sereno. Se ne era andata verso le otto, e prima di andarsene le era scesa una lacrima.

Avevo parlato dei miei nonni agli albori di questo blog, circa tre anni fa, e da allora di cose ne erano cambiate parecchie. In questo arco di tempo così stranamente breve, più precisamente a partire da un paio d'anni fa, mia nonna era piano piano scivolata in un mondo tutto suo, una specie di collage di ricordi di gioventù che mal si adattava alla cornice del presente. Questa incongruenza la faceva soffrire, si vedeva. Giorno dopo giorno, il suo sguardo si è fatto più assente, e il suo corpo più immobile. Gli sprazzi di coscienza si facevano via via più rari, e il suo è stato un lento e triste saluto.
Quando ero piccolo ho passato un sacco di bei pomeriggi, insieme ai miei nonnni. Mia nonna era una persona molto simpatica e avevamo un rapporto particolare. Quando ci salutavamo facevano uno strano verso stupido che non saprei descrivere, ma che avevamo mantenuto anche negli ultimi anni. Ricordo le sue bistecche impanate con le patatine, la sua minestrina, il budino al cioccolato o le pesche sciroppate nei ciotolini di vetro verde. Ricordo che pasticciava la faccia di Berlusconi sui giornali perché non lo poteva vedere. Ricordo gli accendini esauriti che teneva nel cassetto in una scatola... da piccolo ci giocavo un sacco. Ricordo che raccontava sempre che al posto di "peperoni" da piccolo dicevo "pepeluni", e infatti lei li chiamava così (o forse si trattava di mio fratello, chissà). Il terrazzo con le piante. I puntuali battibecchi con mio nonno e le sue battute pungenti. Le sere d'estate di tanti anni fa passate a guardare "Una rotonda sul mare".




lunedì, luglio 06, 2009

black riders, ovvero il bello di essere adolescenti e stare su un palco

Afa e asfalto bagnato del giorno prima.

L'estate è iniziata, e con essa fioccano le varie sagre di paese nei dintorni. Ora che Pietro è più grandicello, sarebbe un peccato non approfittare di questo periodo vivace, dopo il lungo e noioso letargo invernale. Così negli ultimi giorni abbiamo messo il becco fuori di casa un po' più spesso di quanto facciamo di solito e siamo andati qua e là, quando non avevamo voglia di stare in casa. E come spesso capita nelle sagre di paese, abbiamo visto qualche concerto di gruppetti locali, spesso composti da liceali o poco più (come età, intendo).
A questo punto entra in scena la nostalgia, e mi viene da ripensare ai Black Riders (nome un po' tamarro, è vero, ma ispirato pur sempre a un album di Tom Waits), il gruppo che fondammo io e due miei compagni di classe tra il terzo e il quarto anno di liceo (ovvero tra il 1995 e il 1996, se la memoria non mi inganna). Io cantavo, Cubo suonava il basso, Mais la tastiera. La formazione si completò poi con Stefano e Diego alle chitarre, e Camma alla batteria. Ho un ricordo piuttosto vivido soprattutto delle prime maldestre prove nella sala-prove di Canale, situata nelle ex-scuole vecchie di Canale. Ricordo qualche ceres rossa così per sciogliersi, i fogli con i testi sparpagliati nel mio solito zaino, una valanga di sogni e ambizioni.
A pensarci ora, era evidente che non fossimo fatti per durare. Avevamo gusti musicali abbastanza diversi e diversi modi di intendere lo stile del gruppo, per cui si andò lentamente ma inevitabilmente incontro alla formazione di correnti interne che minarono un po' la solidità del gruppo. Il debutto all'"Happening" del liceo fu abbastanza orrendo, anche se divertente... se ricordo bene suonammo solo tre pezzi: il classico blues Crossroads di Robert Johnson (ma credo nella versione di Eric Clapton, visto che Stefano, il chitarrista, era un claptoniano convinto), Whole lotta love dei Led Zeppelin, e infine un pezzo strumentale ripetitivo in cui addirittura mi azzardai a suonare il quartino (con che coraggio non lo so... aaah... il bello dell'adolescenza). Io probabilmente sbagliai tutti i tempi, perché mancavo e manco tuttora del benché minimo senso del ritmo, ma i concerti successivi andarono meglio. Canale, Neive e Castagnito sono quelli che mi ricordo meglio e che mi sono rimasti più impressi. Con il tempo inziavo a cantare meglio e a divertirmi sempre di più sul palco, e a mio modo davo spettacolo. Gran parte dei pezzi che suonavamo erano degli stra-stra-stra-classici... Cocaine, Comfortably numb, Smoke on the water, Have you ever seen the rain. Personalmente, però, l'idea di cantare dei pezzi che suonavano già altri diecimila gruppi non mi andava molto. Allora io amavo Nick Cave, Tom Waits, P.J. Harvey... cose non proprio di nicchia, però già un po' meno classiche, per una cover band. In realtà amavo molte cose in quel periodo... dalla world music di Peter Gabriel alla scena alternativa italiana, che proprio in quegli anni conobbe una breve stagione fiorente, per quanto, in alcuni casi, un po' sopravvalutata (da me per primo). Insomma, io conoscevo due o tre cose e già mi credevo un esperto di musica, e questa mia ingenua presunzione suscitava in me ambizioni che stridevano, tanto per fare un esempio, con quelle di Stefano, che invece era il tipico chitarrista blues-rock, bravissimo ma un po' fissato sui suoi generi (e sui suoi assoli). Col senno di poi, potevamo prendercela più rilassatamente e goderci più a lungo possibile la fantastica ebrezza di salire sul palco, invece di finire come una brutta copia dei Commitments. Facemmo in tempo a scrivere una canzone nostra (con un mio orripilante testo simil-maudit), prima di naufragare definitivamente sulla soglia dei diciott'anni.
Oggi, a trentun anni, guardo questi gruppetti così simili a noi e mi chiedo quanto dureranno, prima di montarsi la testa ed essere smembrati da divergenze di gusti, incomprensioni, presunzioni, impegni, mancanza di tempo e di voglia. Però mentre sono lì sul palco li invidio un po'.
Per quanto fossimo ridicoli, gasati, ingenui e cronicamente adolescenti, lo rifarei in ogni mia vita successiva.

mercoledì, maggio 06, 2009

colori

Un sacco di passeri che sfrecciano nei cespugli.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per trascorre una bella giornata tutta per noi, in famiglia. Favoriti dal bel tempo, abbiamo passeggiato con Pietro, lo abbiamo fatto giocare con le fontane, gli abbiamo fatto vedere qualche animale, siamo andati a mangiare fuori con lui e via dicendo. Tra le altre cose, abbiamo fatto un salto a Entracque, perché dovevamo passare in farmacia, e quella di Valdieri era chiusa. A parte una tappa veloce in una giornata di neve di una decina di anni fa, con gli amici, erano davvero molti anni che non andavo a Entracque, e ne avevo perciò un ricordo parecchio confuso. E dire che da piccolo ci andavo abbastanza spesso. Lì il mio prozio Dorino aveva un appartamento, e ogni tanto mi è capitato che i miei nonni mi ci accompagnassero, d'estate. L'appartamento di mio zio dava su una specie di cortile comune, e io giocavo lì con una vicina di casa, una bambina di nome Silvia (ma pensa un po'), che io, con autentico spirito di patata, chiamavo "Salvia". Credo di averla anche vista al funerale di mio zio, ma non ho avuto la certezza che fosse lei finché non ho chiesto a mia madrina. E comunque non avrei saputo cosa dirle. Ricordo poco altro di quel cortile, se non frammenti, vaghe impressioni: ricordo un cane che ululava quando risuonavano le campane, ricordo mio zio che faceva la grappa alla camomilla, forse un aliante giocattolo con le ali di polistirolo, comprato dal tabaccaio che vende un po' di tutto, a Valdieri.
A questo pensavo ieri mentre da Valdieri ci dirigevamo con la macchina verso Entracque, e mi chiedevo se sarei riuscito a ritrovare quella casa in cui non ero stato da anni. E pensare che qualche occasione c'era stata, negli ultimi tempi. Parcheggiando la Micra, scettico al pensiero di riuscire a trovare il posto, mi sono arrabbiato con la memoria. Perché le cose col tempo si dimenticano? mi chiedevo. Perché i momenti vissuti da piccoli, momenti così belli e speciali, finiscono triturati in un magma indistinto? Pensavo al fatto che Pietro non ricorderà nulla di questi (quasi) due anni passati con lui, e la cosa mi rodeva un po'.
Passeggino alla mano, ci siamo messi a cercare la farmacia. Io gettavo l'occhio in ogni cortile, in ogni via traversa, cercando indizi del passato, ma niente: quel paese più carino di quel che mi immaginassi non mi diceva un granché. Un ponte, un parco e un bar hanno acceso una flebile lucina in me, ma non sapevo nemmeno se si riferiva a quel periodo o a quando andavo a sciare con la mia famiglia.
Poi troviamo la farmacia. Silvia entra e io resto fuori con Pietro a farmi un giro. E in quel momento vedo un momento che raffigura un alpino... una scalinata... un portico... un muretto... e subito ho una specie di epifania. Avverto come un calore sgorgare dentro di me, entro nel portico, intravedo una via con in lontananza una statua della Madonna... non è quella, ma quella sotto... le case... i giardini... e all'improvviso so già cosa troverò al fondo di quella via.
Proprio non me l'aspettavo, e ho vissuto quel momento con una certa emozione. Appena Silvia ci ha raggiunti, siamo andati fino alla casa, e ho letto il nome sul campanello. I ricordi legati a quel posto sono rimasti indistinti come prima, ma entrandoci dentro si sono colorati come in un album per bambini. Erano ancora lì, aspettavano solo di essere sfogliati e riempiti.

giovedì, marzo 12, 2009

pina

Crescono le gemme, cinguettano gli uccelli e la vicina del piano di sopra riprende a scopare giù la sua roba sui nostri balconi.

Ieri stavo camminando per via Bonora dopo aver portato Pietro a mia suocera. Strada facendo incontro Pina, la mia "tata" di un tempo. La saluto... lei subito non mi riconosce. Le dico che sono io. Ci salutiamo, e lei mi chiede com'è Pietro. Mi chiede se è buono come ero io, e inizia a raccontarmi alcuni episodi della mia infanzia che io non posso ricordare. Vorrei riportarli, ma non credo di essere in grado di ricrearne l'atmosfera. Me li tengo per me, nella speranza di non dimenticarli. Comunque mi ha detto che ero un bambino buono, che era molto affezionata a me, e gli episodi che mi ha raccontato dimostrano che anche io ero molto affezionato a lei.
Crescendo poi certe qualità si perdono, si deteriorano, o forse confluiscono in altre, non so. Fatto sta che quando ero più grande, durante le elementari, iniziai a essere un po' insofferente nei suoi confronti. Forse è fisiologico, ma al pensiero mi sono sentito in colpa.
Mi ha fatto piacere parlare con Pina. Dopo esserci salutati, mi sono messo a pensare alla bontà, all'innocenza, e a un sacco di cose.

venerdì, ottobre 31, 2008

kei (prima parte)

Oggi camminavo sotto la pioggia con un ombrello dal manico a forma di cane preso in un negozietto di Osaka sette anni fa.

Per farmi perdonare di aver mancato all'appuntamento settimanale di ieri, questa volta vi propongo ben tre foto di viaggi, corredate di resoconto scritto e spalmate tra oggi e il weekend. Riguardano una delle tante esperienze vissute in Giappone ficcandoci per caso nei luoghi più nascosti. Io non sono una persona avventurosa, ma questa è la mia idea di viaggio, e trovo inappagabile il piacere di scoprire in libertà posti strani e sconosciuti, a dispetto della mia naturale timidezza.
Uno di questi è il locale di Kei, il "Bistrot". Si trova in una viuzza vicino alla stazione della JR di Koenji, luogo in cui ci recavamo in bici ogni giorno per andare a Shinjuku da casa di Yukiko. Un locale davvero minuscolo, che sembrava tutto fuorché un locale. Ricordava piuttosto la cucina di un appartamento incasinatissimo. Il frigo era un normale frigo da cucina. Il gilet di Kei era appeso al muro con un attaccapanni. Vecchi cuscini di lana (ed era agosto!) sulle sedie. Dischi, videocassette, libri, soprammobili: ovunque regnava un caos indescrivibile. Una tale quantità di oggetti stipati in ogni angolo di uno spazio così piccolo è qualcosa che ho visto e vissuto soltanto in Giappone. E dappertutto sulle pareti, foto e dischi di Georges Brassens e manifesti che ricordavano la Francia di un tempo.
Potevamo non entrare in un posto così?


Agosto 2005, Koenji (Tokyo)
Un brindisi tra Silvia e Kei. La birra l'abbiamo pagata noi, ma se l'è versata pure lui, oltre ad aprire bottiglie a sua discrezione.

lunedì, ottobre 27, 2008

uno scovolino con due occhi sul muso

L'altro giorno, quando ho scritto questo post, credevo che grandinasse sulla finestra della mansarda, e invece era una gazza che ci camminava sopra. Oggi il cielo è grigio.

La mansarda a casa dei miei, dove lavoro adesso, è colma di vecchi ricordi. Come tutta la casa, del resto. Quassù tenevamo una vasca con dei girini raccolti in qualche pozza giù alla cava. Quassù ho passato interi pomeriggi a giocare ad Eye of the Beholder con mio fratello. Quassù venivo a studiare negli anni di liceo (visto che il tavolo della mia stanza era sempre troppo pieno di roba per poterlo usare). Quassù mi mettevo a cantare a squarciagola le canzoni dei Pink Floyd, di Nick Cave, di P.J. Harvey e dei Nine Inch Nails davanti allo specchio e con in mano un microfono spento.
Ma se si vogliono cercare ricordi più antichi, allora bisogna aprire la porta del solaio. Lì giacciono, immobili e polverosi, i frammenti sparsi di una vita comune sotto lo stesso tetto. Non so nemmeno bene cosa e quanto ci sia esattamente del mio passato e di quello della mia famiglia negli anfratti più inaccessibili, ma sono certo che, se passassi una giornata a frugare, rinverrei continuamente oggetti sopravvissuti alla mia memoria, e mi stupirei a ogni inaspettato ritrovamento.
Stamattina, dovendo andare in bagno e non volendo accompagnare quel momento di relax con qualcosa di troppo impegnativo, ho deciso di fare un tuffo nel passato, e sono andato a ripescare un vecchio numero di "Topolino". Credo di aver già parlato della mia infanzia passata a leggere "Topolino" a ogni ora. Così ho preso un numero a caso, sicuramente uscito negli anni Ottanta, e mi sono messo a sfogliarlo. Ho letto velocemente una storiella disegnata da Giorgio Cavazzano, il mio idolo di allora. Cercavo dettagli che potevano appartenere solo a quegli anni, ma in tutte le storie del volumetto mancavano riferimenti precisi al presente, il che in un certo senso le rendeva abbastanza universali e quindi non datate. Allora mi sono buttato sulla pubblicità. Ero certo che in quelle pagine avrei potuto cogliere lo spirito di quegli anni, visto come la pubblicità si plasma "sincronicamente" sul presente (o viceversa).
E infatti eccola lì: una pubblicità di Animillo, il magico vermillo.
Un vermicello rosso che sembrava uno scovolino con due occhietti incollati in cima, trainato da un filo di nylon. A suo tempo lo trovavo fantastico.
Ho capito che, sebbene fossimo i figli di un'era assai più prospera e consumista di quella vissuta dai nostri padri e dai nostri nonni, ci accontentavamo ancora relativamente di poco, allora.

lunedì, ottobre 20, 2008

cosa c'entrano i blonde redhead con la filologia cinese

Oggi fa più freddo. L'ottobre caldo giunge già al suo termine?

Il titolo del post di mercoledì scorso, in cui ho abbastanza pretestuosamente inserito il nome di un grande pensatore cinese, mi è stato suggerito da un ricordo riaffiorato proprio in questi giorni ascoltando Melody of Certain Damaged Lemons dei Blonde Redhead. Pensandoci bene, i ricordi riportati finora su questo blog si riferiscono quasi sempre all'infanzia, ma l'infanzia non è stata l'unica mia terra fertile di eventi memorabili. Gli anni del liceo, ad esempio, racchiudono una vera e propria mitologia inevitabilmente rievocata ogni volta che si vedono le vecchie conoscenze di allora. Ma anche gli anni dell'università sono stati anni carichi di bei ricordi: anni nei quali ho conosciuto amici poi entrati di diritto nell'Olimpo dei più cari, e anni nei quali mi sono spensieratamente divertito con Silvia e con i miei vecchi amici.
Il ricordo in questione riguarda un episodio strettamente universitario. E c'entrano appunto i Blonde Redhead, che ho sentito nominare per la prima volta in quell'occasione.
Credo che fosse verso l'estate del 2002, durante uno dei miei ultimi esami: filologia cinese. Un esame composto da una parte di traduzione dal cinese antico e di una parte di storia della filosofia. Un esame che non so bene per quale motivo fui costretto a inserire nel piano di studio visto che ero uno studente di giapponese, ma che si rivelò (a suo modo) interessante.
Dopo i pomeriggi passati a studiare a casa di Alice insieme a Mauro, con Yuki (il gatto di Alice) che si appendeva alle nostre schiene e frugava nei nostri zaini, eccoci al giorno dell'esame, che cadeva proprio durante la stagione dei concerti al Parco della Pellerina.
Il professore entra in classe e chiede subito: "Qualcuno di voi è andato a vedere i Blonde Redhead?".
Alice alza la mano.
Poi lui domanda ancora: "E Nick Cave?"
Questa volta rispondo: "Io".

-Come ti è sembrato?
-Bello, ma magari una quindicina di anni fa sarebbe stato meglio.
-Bravo. La pensiamo allo stesso modo.

Evvai! - penso - L'esame non poteva iniziare meglio!

Quando arriva il mio turno, il professore mi chiede:
- E qual è stato il pezzo migliore, secondo te?
- Mah, probabilmente The Mercy Seat.
- (scherzando) Che ne dici di un trenta?

Adrenalina alle stelle.

Poi però ho preso 27. La parte di storia della filosofia andò di per sé abbastanza bene, quella di traduzione dal cinese classico andò (OVVIAMENTE, aggiungerei) così così.
Ma probabilmente risultò determinante una mia risposta di filosofia. A un certo punto, il professore, forse ingraziato dalle nostre affinità musicali, mi chiese: "Qual è il tuo filosofo preferito?".
Io, che ero più interessato al taoismo e, in particolare, a Zhuangzi, gli risposi, con fare sicuro, qualcosa del tipo (ora non ricordo benissimo):

- ZHAOzi (e meno male che era il mio preferito).
- Lo sai cos'hai appena detto?
- ...No.
- Raviolo al vapore.
- Ah.

mercoledì, settembre 03, 2008

coerenza

Di nuovo sole, ma abbiamo scavalcato il mese, ed eccoci a settembre.

Quando facevo prima liceo, iniziai ad appassionarmi ai Pink Floyd. Partendo da The Wall, divenni nel giro di un paio d'anni un grande fan del gruppo, e mi procurai in breve tempo gran parte dei loro CD. Col tempo i gusti cambiano un po' e si conoscono cose nuove, quindi ora i Pink Floyd non occupano più lo spazio che un tempo occupavano nella mia vita "musicale", ma ovviamente continuano a piacermi, e ascolto sempre volentieri album come Animals (forse il mio preferito - giusto la settimana scorsa ho messo Dogs come canzone del lunedì e, ovviamente, la potete trovare al fondo della lista del player). Come molti di voi sapranno, la storia dei Pink Floyd è abbastanza articolata, e il gruppo ha avuto sostanzialmente tre leader: Syd Barrett (che non solo ha fondato il gruppo, ma che è anche stato il protagonista del primo post di questo blog), Roger Waters (che ha preso le redini dopo l'abbandono del primo per tutta la durata del loro periodo d'oro) e infine il chitarrista David Gilmour, che ha assunto il comando dopo la dipartita di Waters, che da Animals in avanti aveva iniziato a fare un po' il dittatore. Ora, io sono sempre stato sostanzialmente un watersiano che serbava un grande affetto per Syd Barrett. Ciò significa che ascoltavo anche gli album solisti di questi due (nonostante Waters non abbia combinato un granché da solo, a parte il bello seppure un po' datato Amused to Death), ma non mi sono mai e poi mai azzardato ad ascoltare i dischi dei Pink Floyd successivi all'abbandono di Waters. Sì, ero un po' infantile e discretamente fondamentalista in questo. Un po' come quando ho aspettato almeno un paio di anni prima di vedere il remake americano di Ring. Non so, ma non mi andava proprio. Consideravo i Pink Floyd di Gilmour un esproprio, una cosa che non aveva ragione di esistere.
Ora che sono passati un po' di anni, mi rendo conto di essere stato un po' troppo severo con il chitarrista, che è stato in gran parte artefice delle sonorità del gruppo nonché l'interprete di alcuni dei loro pezzi più memorabili, per quanto Waters fosse la "mente" che condizionava pesantemente gli album degli anni Settanta. E poi devo dire che, quando ho assistito quasi per caso, durante un compleanno di Vaga e Giuppy, alla loro reunion in occasione del "Live 8" sul maxi-schermo di un pub, mi sono commosso.
Così oggi, visto che Deezer mi dava finalmente l'opportunità di ascoltarlo liberamente e senza impegni, mi sono deciso a vincere la mia ritrosia, e ho messo su The Division Bell, album che al tempo della sua uscita sbeffeggiavo largamente pur non avendolo mai sentito...

È UNA LAGNA.

Ho fatto bene a scartarlo per tutto questo tempo.

giovedì, agosto 07, 2008

facciamoci perdonare 5 - paura!

Cielo di quel nuvoloso un po' fresco che ti fa dire: ah, finalmente!

Stanotte Pietro ha pensato bene di scavalcare la sponda bassa del lettino, buttarsi nel lettone e, dopo aver scroccato il latte, mettersi a girare per tutto il letto dandoci testate e piangendo. Per la disperazione, abbiamo portato il lettino in cucina e lì abbiamo fatto i turni aspettando che si addormentasse. Quando sono tornato in camera c'è voluto un po' per prendere sonno, e allora mi è venuta in mente una vecchia storiella di paura che mia sorella mi aveva raccontato quando facevo le medie. Mi ha sempre colpito perché, pur nella sua semplicità, secondo me ben coglie il nocciolo della paura, ovvero sa darle quel giusto spazio di incognita, di vuoto che ognuno può colmare un po' come meglio crede con le sue paure più recondite.
Provo a trascriverla, un po' a memoria, un po' aggiungendo del mio:

C'è una ragazza che guarda la TV accarezzando distrattamente il suo gatto di fianco a lei. Sono soli in casa. A un certo punto le sembra di sentire come un gocciolio... PLIC PLIC PLIC.... PLIC PLIC PLIC... subito pensa che faccia parte del film che sta guardando, poi le viene il dubbio e abbassa il volume... PLIC PLIC PLIC... PLIC PLIC PLIC... no, non è la TV. Viene dal bagno. Dev'essere il lavandino. Non dà troppa importanza alla cosa, rialza il volume e riprende a guardare il film accarezzando il suo gatto. PLIC PLIC PLIC... PLIC PLIC PLIC. Che fastidio però. Affonda le mani nel pelo del gatto per scacciare il nervoso, poi si fa prendere dal film e smette di farci caso, così riprende ad accarezzare dolcemente il micio senza più pensarci fino ai titoli di coda. PLIC PLIC PLIC... PLIC PLIC PLIC. Una volta terminata la visione, si decide ad alzarsi, va in bagno... PLIC PLIC PLIC... e trova, appeso al lampadario, il suo gatto squartato che gocciola sangue.

mercoledì, luglio 09, 2008

un anno fa

Sono accaldato, in più fa un caldo da morire!

Un anno fa, esattamente a quest'ora, nasceva Pietro. Ricordo benissimo quel momento: come sono scoppiato in lacrime quando è uscito tutto d'un colpo, dopo quella lunghissima giornata. Ricordo che avevo messo su un CD di Billie Holiday, ma non so quale canzone ci fosse in quel momento perché non l'ho sentita.
Oggi siamo andati al ciabot e, ai piedi di un albero, abbiamo seppellito una scatola del tempo contenente alcuni oggetti-ricordo di quest'anno di vita. Un giorno lo diremo a Pietro, e lui potrà portarla alla luce, se vorrà. Altrimenti la lascerà lì per i posteri. Strano a dirsi, ma è la seconda scatola del tempo con cui ho a che fare, nel giro di appena una settimana.

Auguri, Pietro!

martedì, luglio 08, 2008

un po' di musica

Un normale giorno d'estate, fatto di ventilatori, tende e tapparelle in azione, bicchieri vuoti.

Nell'ultima settimana sono stato un po' impegnato per diversi motivi, quindi non ero tanto in vena di scrivere. Comunque eccomi qua. Se penso che un anno fa a quest'ora eravamo già in ospedale ad attendere il fatidico momento, ignari del fatto che sarebbe avvenuto solo nel tardissimo pomeriggio del giorno successivo...

Parliamo un po' di musica:

1) L'altra settimana sono andato con Mana al concerto di Cat Power a Bollate. Era una vita che non andavo a un concerto "internazionale"... l'ultimo probabilmente è stato quello di Micah P. Hinson a Torino nel febbraio del 2007, pensate un po'. Abbiamo faticato un po' a trovare la bellissima Villa Arconati (amici lombardi, qualche cartello segnaletico in più non farebbe male!), ma per il resto non ci sono stati intoppi. Anche perché Cat Power ha iniziato a suonare verso le 11, quindi sarebbe stato impossibile arrivare in ritardo. Un bel concerto, un'ora e quaranta filata, senza fronzoli e concessioni al pubblico. Niente classici da You're Free e Moon Pix. Se c'erano erano stravolti al limite dell'irriconoscibile come la hit Lived in Bars. Inizialmente la cosa si è rivelata un po' faticosa, anche perché io l'ultimo album non l'ho ancora assimilato bene, ma nella seconda parte la performance si è fatta particolarmente emozionante. E sebbene la cantante abbia tirato dritto per tutto il concerto, si è rivelata particolarmente tenera e generosa col pubblico a concerto finito, quando si è fermata per un po' di tempo sul palco a lanciare ai fan sorrisi, bottigliette d'acqua, pezzi di spartiti o scalette accartocciati, e persino i fiori che le avevano donato gli organizzatori. L'unica cosa che non ho capito (e che mi ha scocciato) del concerto, è stato il pubblico. Per tutta la durata del concerto c'è stato un viavai che francamente non ho mai visto a un concerto. Manco fosse stato gratis! Fatto sta che ti passavano davanti continuamente, e alla lunga diventava irritante vedere gente che si alzava come funghi.

2) Grazie alle solite offerte di IBS, ho recuperato un paio di CD di Tom Waits che mi mancavano a 7,90 euro: Mule Variations e Real Gone. Non li avevo mai presi perché non mi avevano convinto del tutto, ma a quel prezzo non potevo lasciarmeli sfuggire. E devo dire che, specialmente il primo, che alla sua uscita mi aveva deluso, mi ha piacevolmente sorpreso. Il secondo mi aveva subito entusiasmato, poi devo dire che me l'ero un po' dimenticato per via di qualche traccia un po' ostica. Ho inoltre preso a 20 euro l'ultimo Orphans... il prezzo sembra caro, ma in realtà l'album è particolarmente generoso, dato che è costituito da ben tre cd fitti di canzoni (quindi a conti fatti, equivale agli altri). C'è da dire infine che hanno tutti eleganti copertine cartonate con un sacco di belle foto e, tranne nel caso di Orphans la cui mole avrebbe richiesto troppo spazio, hanno fortunatamente i testi.
La cosa bella degli album di Tom Waits è che ci sono sempre almeno tre o quattro pezzi memorabili. Cosa che non capita più negli album di Nick Cave, un altro dei pochi autori prediletti della mia adolescenza, che ultimamente sforna album tra il mediocre e il buono, ma senza picchi davvero emozionanti.

martedì, giugno 17, 2008

fette biscottate

Fa brutto. Ma va'?

Stamattina, siccome erano finiti i biscotti, ho preso quattro fette biscottate, le ho ricoperte di miele e le ho cosparse di polvere di cocco. Nel farlo, mi sono ricordato di una scena che avevo letto, mi sembra, nella versione che Topolino aveva fatto di Guerra e pace (ma potrei sbagliarmi). In quella scena, Pippo spiegava a qualcuno che, per non spezzare un cracker mentre lo si imburra, bisogna metterci sotto un altro cracker. Ovviamente, così ho fatto con le fette biscottate, perché certi insegnamenti impartiti in tenera età ti si fissano come un imprinting, e permangono per tutta la vita come dogmi. Questo, poi, funziona davvero, anche se Pippo non diceva come fare con l'ultimo cracker, in mancanza di un piatto (il personaggio in quel caso imburrava i cracker a letto).
Comunque sia, mi sono ricordato di quando leggevo Topolino, e mi sono chiesto come sarà ora, dopo tanti anni. Ricordo che mi piacevano un sacco le storie che all'avventura univano uno spirito di conoscenza un po' pierangelesco. Quella sull'acqua, quella sulla clorofilla, i tanti viaggi nella storia col prof. Zapotec. E il mio disegnatore preferito, un vero e proprio mito della mia infanzia, era Giorgio Cavazzano. Il personaggio a cui ero più affezionato in assoluto Paperino, perché era sfortunato, irascibile, sciocco, umano. E il personaggio femminile? Forse Amelia, perché era misteriosa, conturbante e mediterranea.

domenica, giugno 15, 2008

bast

Cielo coperto, una punta di freddo.

Undici anni fa, al tempo in cui ho conosciuto Silvia, lei mi disse che camminando lungo Via Bonora per andare a prendere il pullman diretto ad Alba (eh sì, faceva ancora il liceo), sentiva sempre un gattino miagolare dietro una piccola grata. Infatti, sul muro di un edificio probabilmente abbandonato c'erano, e ci sono tutt'ora, delle finestrelle a circa un metro d'altezza, alcune protette da una rete, altre soltanto da sbarre. Dentro non c'è niente, solo una nicchia piena di macerie di fronte a un muro di mattoni. Ebbene, allora Silvia diceva di aver sentito il gattino miagolare per qualche giorno e, quando infine era morto, si poteva ancora intravedere il corpicino. Qualche volta aveva cercato di mostrarmelo, ma francamente io non sono mai riuscito a vedere niente. A suo tempo comunque non avevo capito bene se l'avesse visto veramente o se si trattasse soltanto di una leggenda metropolitana, e col passare degli anni persino Silvia si è convinta che si fosse trattato di un sogno.
E invece no. Ieri, a distanza di undici anni, passando lì davanti Silvia ha notato che alcune delle macerie erano cadute o erano state spostate, e si vedeva chiaramente il corpicino mummificato del gatto. Non solo, oggi siamo andati a vedere e abbiamo notato che i gattini mummificati erano due, in due finestrelle diverse. Grigi come i pezzi di cemento tra i quali sono morti, con un'espressione triste e disperata sul muso. Sono rimasti lì, per riportarci indietro nel tempo.

mercoledì, aprile 23, 2008

pagnone

Dopo tanta pioggia, è tornato il sole.

Ieri è morto mio prozio Dorino, fratello di mio nonno. La morte di una persona vicina porta inevitabilmente tanti rimpianti. Ci saranno di lezione per il futuro?
L'immagine di zio Dorino che mi porterò appresso risale a molto tempo fa, quando ero un bambino e lui mi prendeva sulle ginocchia per farmi solletico alla pancia dicendomi "pagnone pagnone pagnone!", un'espressione senza senso che a me faceva venire in mente una pagnotta e un pancione.
Poi si cresce, e la distanza che separa i vecchi dai bambini, invece di assottigliarsi, aumenta.


sabato, aprile 19, 2008

ventinove... trenta

Sole, con una nuvola che fa capolino dal tetto del brutto palazzo di fronte.

Domani compio trent'anni. Non che ci stia a pensare tutto il tempo, ma effettivamente è un traguardo, specialmente se penso al mio immaginario di quando ne avevo meno. In realtà ti senti più o meno uguale a ieri e all'altro ieri, ma se guardi più indietro, vedi che ne sono cambiate un sacco di cose, senza che te ne accorgessi. E i ricordi sono tanti, ma un po' confusi. Vorrei scrivere un pugno di ricordi per ogni anno di vita, come gli anelli di un albero. Non necessariamente i più significativi, ma i primi che mi vengono in mente. Vediamo cosa ne esce fuori.
A zero sono nato, e probabilmente avrò appoggiato il mio culetto nudo su delle coperte arancioni di ciniglia. A uno chissà, sarò stato poco più grande di Pietro, avrò dormito nel lettino bianco in cui ora dorme lui quando sta dai miei, vegliato da mio fratello e da mia sorella, già più grandini. A due di sicuro avevo con me Bubuno, l'orsetto che si succhiava il pollice che compare nella foto del mio secondo compleanno. O era il terzo? A tre... quando ero piccolo, mi sembrava che ogni mio ricordo risalisse a quando avevo tre anni... ad esempio, mi sembrava di averne tre quando sono sceso per la prima volta da solo nella tavernetta (quello che noi chiamiamo "giocobimbi" e non chiedetemi perché) per prendere qualcosa, forse del pongo. A quattro facevo l'asilo... ricordo l'ampia mensa, i gradini in pietra, il budino alla vaniglia, quelli che si portavano l'olio da casa per mangiare la pasta in bianco. A cinque ancora l'asilo, forse non andavo più sul passeggino, ma ne ho comunque un ricordo probabilmente precedente... a ogni modo ricordo quando andavo con mia nonna o Pina lungo la strada estiva, e ricordo un pacchetto di Fonzies. A sei ho iniziato le elementari... ho un ricordo confuso del primo giorno di scuola, ma ricordo quando abbiamo fatto le forme e i colori con dei modellini di legno colorato... forse a quel tempo c'erano le riunioni dell'Ars Musica, in cui cantavano mio padre e mia sorella, e ricordo una bambina di nome Valentina. A sette cos'avrò fatto: di sicuro d'estate i miei nonni venivano a farci giocare nel cortile... e poi il pentolone della conserva e il rifugio che voleva costruire mio fratello... ricordo che una mattina corsi sul terrazzo cercando mia madre e con mia sorpresa vidi che al suo posto c'era mia nonna. A otto anni... terza elementare... il libro di vacanze azzurro d'estate, il bob e la neve con lo zucchero e il limone d'inverno, e probabilmente è stato a quell'età, o poco più tardi, che ho iniziato a suonare il quartino... mio padre mi fece giurare, su un quadro che ritraeva dei funghi appeso nel corridoio della scuola, che mi sarei impegnato a studiarlo... e invece poi mollai. A nove anni forse iniziai a pattinare con lo Skating Roero... ricordo il mio maestro Carmelo, un medico originario di Siracusa. A dieci anni, quinta elementare... qualche gara, forse gli exogini, ma anche il momento forse di poco successivo in cui mi accorsi, guardando la vetrina delle Sorelle Sacchetto, che i giocattoli veri e propri non mi interessavano più... si andava verso le medie e quello strano e un po' ridicolo desiderio di sentirsi più adulti. Undici anni: le figurine degli Sgorbions, l'enorme libro di epica "Dal mito alla storia". Dodici anni: la bicicletta, le estati con Pajo passate a giocare con l'Amiga e i suoi gettoni omaggio per l'autopista. Tredici anni: la fine delle medie, le patatine e la pizza al taglio, il momento in cui mi sono accorto, non riuscendo a distinguere Pajo che mi salutava, che dovevo mettere gli occhiali. Quattordici anni: i romanzi di Stephen King e i Queen... il senso di distacco da un mondo che preannunciava una stagione introversa... l'inizio del liceo scientifico e la scoperta che io di matematica e fisica non capivo un tubo. Quindici anni: i Pink Floyd, le nuove amicizie, io che mi dimentico di essere al volante sul risciò in gita, e finiamo tutti contro un muretto... le prime cotte. Sedici anni: le lezioni di chitarra, presto abbandonate, nella cascina di un fantastico fricchettone roerino, il ritorno al mondo, Peter Gabriel e la world music, la mia prima mostra con i giovani artisti canalesi, all'ex-cinema Odeon. Diciassette anni: la nascita dei Black Riders, il murales in sala prove, gli amici di Canale. Diciott'anni: la leva del '78. Diciannove anni: la gita a Londra, la fine del liceo, la fantastica mostra-discarica all'Odeon da cui è nata l'amicizia con Silvia, il Punto enogastronomico e le ciucche più belle della mia vita, le serate al Macabre con Vaga... e poi l'inizio dell'università, i primi rudimenti di giapponese, la vita torinese, i cinema. Vent'anni: Silvia a colorare qualunque ricordo. Ventun anni: l'eclissi totale a Salisburgo, le Moretti con Ivan, il pellegrinaggio a Bra dei Pamparato Kuh Cowboys. Ventidue anni: il primo viaggio in Giappone e Silvia che trattiene il pianto alla mia partenza e poi scoppia a piangere quando, lo stesso pomeriggio, va a vedersi Hana-bi. Ventitré anni: il viaggio a Osaka, questa volta con Silvia, e le serate ad Amerika-mura con salsicciotto chimico dei Lawson al mattino e latte al cacao. Ventiquattro anni: il terzo viaggio in Giappone, con Alice, Elisa e Mauro... Yukiko, casa sua e il suo cane Toranpu... fare il cameriere nel ristorante italiano "Al solito posto"... la pedana della Yamanote e la pallina blu. Venticinque anni: la mia laurea e la laurea di Silvia, quando avevo quella caramella giapponese enorme in bocca e la sua relatrice mi chiese qualcosa, e io nel rispondere sembrava che avessi un ascesso enorme... guardare le bottiglie di Frangelico sul nastro trasportatore della Barbero. Ventisei anni: il meraviglioso matrimonio, il distacco dalla casa dei genitori, Roma, Parigi, il lavoro alla Panini. Ventisette anni: il viaggio in Giappone con Silvia e soprattutto la settimana a percorrere in treno il Giappone sud-occidentale (il link porta al mio resoconto, che ho spedito a un sito di viaggi), tuttora il viaggio più bello della mia vita. Ventotto anni: mentre traduco in cucina al caldo della stufa, Silvia torna a casa dopo aver fatto il test, e dalle sue lacrime capisco che è incinta. Ventinove anni: Pietro.

sabato, marzo 01, 2008

lettere dal fronte 2

Nuvole di marzo.

Ecco finalmente alcune cartoline di risposta di mio bisnonno Bartolomeo. Naturalmente sono assai più sintetiche rispetto a quelle della moglie... era al fronte e immagino che non avesse tutto questo tempo e questa disponibilità a scrivere lunghe lettere. Difatti la seconda è scritta tutta storta, come se fosse stata scritta in viaggio.
Domani pubblicherò un'altra sua lettera, questa volta più lunga, che ora fatico a decifrare completamente.
Presto scriverò anche qualche informazione sui protagonisti di questa storia.

Buia, 14-3-916
Cara moglie,
mi domandi della cravatta di lana se mi piace.
Va bene ma per ora non ne o bisogno perche qui non fa freddo. quando mi scrivi fammi sapere se il cavallo e guarito e qualche notizie di Canale perche qui non so piu nulla di li. Altro non mi resta che salutarvi, sto bene, come spero di voi tutta la famiglia,
marito Bartolomeo



Cividale, 24-5-16

Cara moglie, affettuosi saluti a te e a tutta la famiglia. Sono in viaggio, cambiamo di zona.
Andremo per via ignota, quando sia apposto te lo faccio sapere.
Sono sempre il tuo marito.
Un bacio al figlio
Bartolomeo



3-6-1916

Cara moglie,
affettuosi saluti a tutti. Di salute sto bene e come spero di te e il figlio e tutta la famiglia. Saluti dal tuo fratello.
Sono il tuo marito Bartolomeo.

venerdì, gennaio 25, 2008

lettere dal fronte 1

Il sole tramonta.

L'altro ieri Pietro si è preso l'influenza e, come l'ultima volta, ha pensato di condividerla con il suo papà e la sua mamma. Sono qui davanti al computer e mi sento un rottame.
Siccome in questi giorni mi è passata la voglia di scrivere del presente e del futuro, ho pensato di rifugiarmi un po' nel passato e inaugurare una nuova sezione del blog, forse la prima interessante da tanto tempo (almeno per me). Come forse ho già detto da qualche parte, una cosa che mi emoziona sono le foto vecchie, in particolare quelle che ritraggono persone in qualche modo a me vicine. Adoro lasciare stagionare le foto e poi ritrovare sapori e sensazioni che avevo dimenticato o che forse non ho mai provato, ma che aleggiano come fantasmi nell'aria che mi circonda e che conosco: la realtà di un paese di provincia che è molto cambiato nel corso dei miei trent'anni di vita, oltre che rispetto a prima che nascessi.
Allo stesso modo, mi emoziona anche vedere le foto della gente che non c'è più, così come amo sentire le parole che descrivono un mondo che io non ho mai visto e che ormai esiste solo nei ricordi di persone dalle vite, purtroppo, effimere.
(Scusate se oggi scrivo in maniera sconclusionata e da cani: è la febbre).
Ebbene, tutto questo per dire che, a partire da oggi, voglio proporre ogni tanto vecchie foto e vecchie parole, quelle dei miei avi, che mio padre ha conservato. Per testimoniare le loro esistenze e le loro vicende.
Il primo filone riguarda una selezione di lettere che si scambiarono i miei bisnonni (Bartolomeo Calorio e Catterina Sperone, ovvero i genitori di mio nonno "Tavio") durante la prima guerra mondiale.
Ricordo il grande ritratto ovale di quell'uomo, Bartolomeo, nel salotto dei miei nonni (che ora è il nostro salotto). Ricordo i suo baffi, la sua uniforme.
Morì in battaglia sul fronte austriaco.

Ecco la prima foto, che rappresenta la coppia, probabilmente il giorno del matrimonio.


Ed ecco la trascrizione della prima lettera, tenera e commovente.


Canale, 8-3-1916
Caro marito,
dopo sei giorni dalla tua partenza ieri o ricevuto la tua bella lettera che da me era tanto desiderata, credi mi sono molto rallegrata nel riceverla credi gioivo e avevo il cuore che mi batteva e le lacrime agli occhi non potevo più nemmeno dissigillarla, la forza del batticuore che io avevo, ma poi mi sono tranquillizzata un poco, me, e anche i nostri genitori nel sentire che al momento stai bene di salute e che al momento sei ancora fuori dal pericolo.
Caro marito sto a dirti che quella lettera lo gia letta piu di 20 volte tutti i momenti la guardo la leggo e la rileggo la faccio baciare dal nostro caro figlio, e vedendo che e fatto da te mi rallegro un poco il mio cuore, e mi consolo un poco, persino la mamma dice non lai ancora letta abbastanza? ma io non guardo nessuno, io leggendola mi sollevo un poco da quelle pene e mi pare di vederti vicino che mi parli insieme, e sembra che sia arrivata soltanto in quei momenti.
Caro Bartolomeo ti prego quando mi scrivi di non darmi piu del voi perche anche da lontano mi pare di essere sempre tua moglie come prima, e oso a dirti ancora di piu affezionata di prima, intanto scusami se ti dico questo, non e per offenderti ma solamente per unaltra volta che tu faccia piu attenzione quando mi scrivi poi mi sono messa persino a ridere e dicevo per ora comincia a darmi del voi, ma lo so che tu essendo tanto buono con la tua cara moglie non lai fatto con nessuno motivo, e credo che anche tu lo abbi fatto per una facezia per consolarmi un poco, dunque perdonami se ti dico questo e ti prego di non offenderti perche io o detto questo per farti ridere un poco perche mi ai dato del voi.
Intanto ti dico che siamo tutti in salute come speriamo di te anche il nostro Giovanni a scritto che sta bene e non sa ancora niente riguardo alla sua partenza. Caro marito non posso esprimerti il dolore che o provato nella tua partenza dalla stazione di Alba credimi che la strada per ritornare a casa non lo piu vista, e credo che anche tu avrai fatto un viaggio molto addolorato. Dunque fatti coraggio, guarda di sostenerti per bene per non venire ammalato e se hai bisogno dei soldi o qualche altra cosa mandalo a dire che te ne mandiamo, guarda di non stare con pochi soldi in tasca perche delle volte e pericolo mandarti lontano e se non ai dei soldi non puoi sostenerti come ai bisogno. Ti prego di ascoltare i tuoi superiori affinche non ti castigano e prederti guarda riguardo al portafoglio, di non perderlo e che non te lo prendono mettilo sempre nella tasca secreta che ti o fatto. Intanto mandami a dire se la cravatta ti piace perche desidero saperlo. Caro marito mi raccomando te di pregare e di renderti di cuore a qualche Santo o qualche Madonna ove desideri te, alla tua idea, perche ti faccia la grazia di ritornare a casa sano e salvo, e quello che li prometti quando sarai a casa di farlo, ti prego di farlo con devozione. Ti dico questo perche a renderti te, vale piu che a renderti noi da casa. Mi raccomando se ti mandano giu di non fare tanto il curioso e di assicurarti alla tua vita. Ti dico che mentre ti scrivo abbiamo ricevuto la cartolina del mio caro fratello Antonio e siamo stati contenti. Ti prego di scrivermi appena ricevuto la lettera e di scrivermi sovente sovente perche io preferisco una tua notizia che tutte le cose di questo mondo.
Addio ricevi tanti saluti dal figlio di Sansun che si trova anche lui vicino a Cividale e presto a detto che ti scrive, e poi ricevi tanti saluti da tutta la nostra famiglia e la famiglia sperone e barba Garun e la zia Carolina e barba Minot e la zia che anno anche loro ricevuto la tua cartolina e ora sono rimasti amici il nostro padre con lo zio Domenico, vengono sempre a casa nostra a veliare. Ricevi ancora tanti saluti dalla nostra famiglia e ricevi tanti saluti e baci da chi sempre ti ricorda tua Aff.ma moglie e un bacio dal tuo e nostro figlio Ottavio che anche lui prega per te.
Catterina

A margine ci sono due note:

Quando scrivete mandate sempre notizie uno dell'altro, ricevi baci dalla tua moglie e figlio, addio

L'indirizzo del nostro Giovanni
Calorio Giovanni
3a Artiglieria di Montagna 51a Batteria forte S. Giuliano Genova

sabato, dicembre 15, 2007

neve

Scendere con la solita faccia inespressiva dovuta a questi giorni di stanchezza, tirare su la tapparella, vedere la neve e spalancare la bocca per lo stupore, come i bambini.

La neve mi ha messo inevitabilmente di buon umore. Non vedo l'ora che Silvia e Pietro si sveglino per dirglielo. Per un attimo sono stato tentato di correre in camera ad avvertirli, ma poi ho pensato che forse era meglio di no. Vedere che inizia a nevicare è bello, ma trovarsi la neve al mattino è un regalo.
Stamattina guardavo Pietro nel lettone, e pensavo ai bei pomeriggi di gioco dell'infanzia: fare la conserva coi nonni d'estate; gli esperimenti di mio fratello, con un vago ricordo di calamite, odore di plastilina sciolta, buche nel terreno, microscopi; i mille cartoni animati giapponesi e le pubblicità dei giocattoli d'inverno, attese quasi più degli stessi cartoni animati; la televisione senza telecomando, con una decina di tasti verticali; mangiare neve, limone e zucchero; l'uovo frullato con cacao e zucchero; la sottiletta cotta, un'ambita leccornia; la tenda degli indiani; le canzoni di mia sorella e le storie che ci inventavamo sui nostri gatti; le assi di legno usate a mo' di rampe per le biciclette, nei lunghi e fantastici pomeriggi estivi passati coi nonni; il mangianastri nero, poi quello bianco, che ci sembrava futuristico (per non parlare dello sportello del lettore CD di mio padre... pura fantascienza); le giornate passate a giocare con Vaga, e quando i nostri genitori venivano a prenderci a casa dell'uno o dell'altro, ci nascondevamo per non farci trovare, nell'illusione che potessero durare all'infinito; le estati a Valdieri, e quella specie di aeroplano con le ali di polistirolo.
Per ora mi fermo qui, e fantastico sull'infanzia di Pietro.
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