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giovedì, dicembre 24, 2009

auguri

Piove? Ma è Natale o il giorno dei morti?

Come al solito, la vigilia di Natale sono sempre di corsa per un motivo o per l'altro. Questa volta, per esempio, mi si è otturato lo scarico del bagno quindi ho perso tutta la mattina per stare dietro alla cosa, che di per sé non era nemmeno molto natalizia. Quindi ora, dopo aver terminato di tradurre un lavoro altrettanto disgustoso, scappo a finire di impacchettare, fare visite e quant'altro... ma non prima di fare gli auguri a quelli che ancora seguono questo blog. E poi non dite che non trovo il tempo per voi. Buon Natale!

martedì, dicembre 22, 2009

solstizio d'inverno

Il sole sulla neve. Devo fare attenzioe a non scivolare lungo via Mompissano.

Un titolo un po' alla Ozu.
Ieri era il giorno più corto dell'anno. Ogni anno, arrivato a questo punto, provo un senso di sollievo, come un nuotatore che raggiunge la boa e si appresta a tornare indietro (e io tra l'altro non so nuotare). Poco importa se il vero inverno inizia solo adesso e le giornate resteranno quasi immutabilmente buie e fredde per parecchio tempo. Il solo fatto di sapere che oggi la sera non scenderà ancora prima di ieri, mi rasserena.

giovedì, dicembre 17, 2009

dimensione parallela

Il respiro gelido di dicembre si infilava sotto la cuffia, ed erano le ore più calde della giornata.

All'indomani dell'incidente Berlusconi-Tartaglia-Duomo di Milano, avevo iniziato a scrivere un post sull'argomento. Poi però mi è passata la voglia.
Perciò parliamo di qualcosa di completamente diverso.
La settimana scorsa sono uscito nel gelo della sera per portare fuori l'immondizia, che normalmente lascio lungo Via Vecchie Mura, a tre metri dalla porta di casa. Quando ho fatto per rientrare, mi sono ritrovato la porta d'ingresso chiusa. La cosa mi ha lasciato un po' spaesato, perché quando vado a lasciare il sacco dell'immondizia non la chiudo mai, visto che è solo questione di un attimo.
Non so perché, ma la cosa mi è parsa innaturale. Allora ho iniziato a fantasticare come mio solito, e ho pensato che magari, una volta tornato di sopra, avrei scoperto di essere stato via per dieci anni, trovando una Silvia quasi quarantenne e un Pietro che ormai frequentava le scuole medie. Oppure che magari mi sarebbe sembrato tutto normale, solo per accorgermi, dopo un paio d'ore, al momento di far fare la cacca a Pietro, di essere capitato in una dimensione parallela in cui tutto è identico a questa, tranne il fatto che lì i bimbi hanno la coda.
A cosa non si pensa, pur di non pensare al presente.

martedì, giugno 30, 2009

elegante sepolcro

Si preannuncia un'altra giornata afosa.

Di già che eravamo al mare, abbiamo fatto un salto a Genova. E di già che eravamo a Genova, abbiamo fatto un salto alla mostra su De André.
Qualcuno me ne aveva parlato bene, qualcuno male. Dipende se uno ci trova quel che ci voleva trovare, oppure no... e io francamente non sapevo bene cos'è che cercavo. Col senno di poi però ho capito cosa avrei voluto da una mostra sul mio cantautore preferito di sempre... e direi che non l'ho trovato.
Andiamo per esclusione. I cimeli non mi interessano un granché. Ok che adoro Faber, ma vedere la sua giacca o la sua chitarra mi lascia abbastanza freddo. Per quanto riguarda gli appunti, le pagelle, le lettere di Natale di quand'era bambino... sì, possono stuzzicare una certa curiosità feticista... però, alla fine della fiera, sono cose che può essere carino serbare in un libro, ma chi ha voglia di mettersi lì a spulciarle in piedi nella penombra della sala? Io no... quindi niente. I video dei tarocchi erano piuttosto kitsch, e il giochino multimediale una menata. Poi c'era la storia dei vinili che mettevi su un tavolo e ti comparivano i commenti video di chi ci aveva lavorato, ecc... questo era già molto più interessante, e si avvicinava a quel che cercavo io in questa mostra, però uno non è che può mettersi a fare avanti e indietro attorno a un tavolo e guardarseli tutti (oltretutto l'audio era un po' confuso), mentre gli altri dietro ti mettono il fiato sul collo. Idem per la storia delle foto trasparenti. Resta infine il video con le interviste e gli speciali TV... ne abbiamo visto un bel pezzo, approfittando del fatto che Pietro dormiva nel suo passeggino, al fresco in un angolo della sala proiezioni, tranquillo e beato. Questa era di gran lunga la cosa più interessante, anche se credo la si possa trovare anche in un DVD che ho adocchiato nel negozietto all'inizio della mostra.
In conclusione, a me interessavano più che altro le testimonianze, i resoconti dello stesso Fabrizio e di chi altro c'era, di chi ha partecipato alla genesi degli album, di chi ha ispirato le canzoni. Tutte cose che forse è meglio cercare nei libri, nei video, e negli stessi CD, e non in una mostra un po' fighetta.
Di sicuro ho visto più De André camminando per le viuzze forse un po' laide ma piene di vita che da Piazza Principe scendono al porto vecchio, che non in quell'elegante e freddo sepolcro.

sabato, giugno 27, 2009

supplizio

Sporadici tuoni, sporadiche cannonate.

L'altro ieri sono andato a farmi togliere il neo di cui avevo già parlato qualche tempo fa. L'operazione in sé è stata breve e indolore, ma purtroppo ho dovuto aspettare tre ore sul pianerottolo dell'ospedale perché nel primo pomeriggio c'era stata una lunga operazione urgente che aveva fatto slittare tutte le altre. Ho maledetto me stesso per non essermi portato qualcosa da leggere, ma fortunatamente avevo dietro l'iPod. Ciò non mi ha tuttavia risparmiato completamente dal supplizio delle stronzate e dei luoghi comuni sparati dagli altri pazienti innervositi dall'attesa. Eccone un piccolissimo campionario:

"Eh, ma qui mica siamo in America!"

"Ah, ma se gli mandassimo Striscia, vedi che casino che fanno qui dentro!"

"È tutto in mano agli ebrei".

Fortunatamente, il tizio che ha imprecato tra i denti contro l'infermiera invitandola a darsi una mossa è passato prima di me. L'idea che mettesse fretta al medico mentre ero sotto i ferri non mi garbava un granché.

lunedì, giugno 01, 2009

il crepuscolo degli edifici scolastici

Siamo tornati un po' indietro.

Ieri sera mi è venuta in mente un cosa.
Io ho frequentato l'asilo dalle suore, anche perché credo che al tempo non ci fosse lo statale, a Canale. L'asilo si trovava nel vecchio palazzo che ora ospita la prestigiosa Enoteca del Roero, e pochi anni più tardi fu spostato in un edificio dall'aspetto assai più moderno.
Per quanto riguarda le scuole medie, non le ho fatte nell'edificio principale in cui avevo già frequentato le elementari, e in cui si trovavano le sezioni A e B (e forse parte della C). No, io andavo alle cosiddette "scuole vecchie", un palazzo molto più vissuto adiacente al Comune. Poco tempo dopo, o forse proprio l'anno in cui passai alle superiori, anche la mia sezione, la D, fu spostata nelle "scuole nuove", e il vecchio edificio ha poi assunto nel tempo funzioni assai diverse (ora ci torno quando si vota, in quanto il mio seggio si trova proprio nella classe in cui frequentai la terza).
Poi ho pensato che anche al Liceo ho vissuto una situazione simile. Ho frequentato la prima, la terza e la quarta in Località Serre, un edificio un po' decrepito ma magnificamente immerso nel verde. Poi la seconda in un (credo) ex-carcere di Alba, all'inizio di C.so Piave. Infine, la quinta l'ho fatta in centro, perché ci siamo scambiati la sede con l'Artistico. Ora l'edificio di Località Serre è stato abbattuto, credo, o comunque è abbandonato e fatiscente (siamo andati a fare una capatina un paio d'anni fa con qualche ex compagno di classe, in occasione del matrimonio di Rambo... e ci è parso tetro e desolante). L'ex-carcere non so cosa sia ora, mentre l'istituto in centro è tornato all'Artistico.
Per finire, ho pensato che in effetti anche all'Università è andata più o meno in maniera simile. Durante i miei primi (credo) tre anni di Università, il Dipartimento di Orientalistica era situato sul retro di Palazzo Nuovo, un corridoio a cui si accedeva da una porticina circondata da perenni impalcature e lavori in corso. Il marciapiede e quel po' di aiuola che si stendevano lì davanti svolgevano contemporaneamente la funzione di cesso di tutti i cani di Torino. Nell'ultimo anno, però, pure il Dipartimento è stato spostato in un luogo migliore, e ora non so cosa ci sia in quel luogo deprimente e quasi privo di finestre.

Com'è che, elementari a parte, mi sono trovato a studiare sempre in posti la cui parabola vitale era ormai giunta al crepuscolo?
È un segnale che mi dice che sono nato in anticipo? Porto sfiga ai luoghi in cui passo? Oppure c'è dietro qualche altro significato nascosto?

mercoledì, maggio 20, 2009

metafisica dei nei

...Ed è l'ora dei pantaloni estivi!

Qualche tempo fa sono andato dal medico perché avevo una macchia sotto la scapola. Lui mi ha detto che non era niente. Già che c'ero gli ho mostrato un neo enorme e sporgente che ho sulla schiena, una specie di piccolo tortino al cioccolato, ma non così invitante. Il medico mi ha suggerito di farlo vedere a un dermatologo. Ieri sono andato dal dermatologo che mi ha detto che quello lì non rappresenta un problema, però ce n'è un altro che... e così mi ha disegnato con la biro due frecce sul dorso, in corrispondenza di un piccolo neo un po' sfumato che devo andare a farmi rimuovere domani. Ora mi chiedo: a sua volta, il chirurgo mi dirà che anche quel neo lì non è niente di grave, e magari mi asporterà invece... che so, un orecchio? Tremo all'idea.
Fatto sta che il dermatologo mi ha detto che ne ho proprio tanti, di nei. È vero. Ho sempre sospettato che siano tutti segnati da numeri invisibili, e che se li unissi ne risulterebbe il disegno della mia anima, o magari il segreto dell'universo. Devo solo scoprire com'è la numerazione.

p.s.: Ho come l'impressione di aver già scritto l'ultima parte in passato, visto che è una cosa che mi frulla in testa da una vita. Ma se non me ne ricordo io, immagino che nemmeno voi... in caso contrario, scusate per la minestra riscaldata.

lunedì, maggio 18, 2009

fossato

Risuonano i cannoni che sparano alle nuvole.

Un paio di settimane fa, mentre mi occupavo del mio orto, il tizio che ha la vigna proprio lì di fronte ha attaccato bottone. Io, come mio solito, non sono stato di molte parole, ma abbiamo comunque fatto due chiacchiere su come le precipitazioni di quest'anno abbiano allargato considerevolmente il fossato che divide i rispettivi terreni, facendo crollare le rive e mangiando terra a entrambi. A un certo punto lui ha detto una frase in piemontese, poi ha esitato un secondo e me l'ha ripetuta in italiano, temendo forse che non lo capissi. Ci sono rimasto un po' male. Voglio dire, io il piemontese non lo parlo ma ovviamente lo capisco benissimo. A casa mia i miei l'hanno sempre parlato anche con me e i miei fratelli, però, non so perché, dal canto nostro non è che lo parliamo un granché, salvo qualche espressione ricorrente che insomma, viene meglio così. A me un po' manca questa cosa, perché ci sono dei contesti in cui parlare italiano ti rende più distante, più distaccato, specie se l'interlocutore ti parla invece in dialetto. Non so, ma vivo questa cosa con un senso di perdita.
Del resto io non sono uno che si lancia... se non so di poter fare una cosa più che bene, preferisco non farla piuttosto che sembrare innaturale ed esibire la mia goffaggine, specialmente quando la goffaggine non è giustificata, visto che sono piemontese al 100%.
Quindi parlo italiano e resto dall'altra parte del fossato.

mercoledì, maggio 13, 2009

patipipuppi

Ieri ho mangiato un melone: è estate.

Una cosa che mi ha sempre incuriosito è sapere come suona all'orecchio degli stranieri la lingua italiana, e soprattutto come essi la riprodurrebbero, se dovessero imitarla a orecchio. Insomma, quali sono i tratti distintivi della nostra lingua che saltano all'orecchio di qualcuno che parla un'altra lingua, così come noi cogliamo alcuni tratti delle lingue più "conosciute" (mi vengono in mente ad esempio l'inglese britannico o americano, il francese, il tedesco, lo spagnolo, il cinese, l'arabo, il giapponese, le lingue africane o quelle nordiche) e "sappiamo" farne un'imitazione in base ad alcuni elementi ricorrenti o alcuni stereotipi culturali di vecchia data. Immagino poi che la cosa vari da ascoltatore ad ascoltare: un francese coglierà alcuni tratti caratteristici dell'italiano, ma immagino che un cinese ne noterà altri. E anche se cogliessero gli stessi tratti, poi immagino che li riprodurrebbero diversamente a seconda degli strumenti forniti loro dalle rispettive lingue. Ricordo che una volta, a Osaka, chiesi a una mia compagna di classe, una nippo-americana, di provare a farmi un'imitazione di come parla un italiano, ma probabilmente la cosa la imbarazzava e quindi il risultato non fu soddisfacente. Tra l'altro lei non sentiva assolutamente il mio accento italiano quando parlavo giapponese, mentre lo sentiva quando parlavo inglese.
Tutto questo mi è venuto in mente qualche mattina fa guardando questo video, in cui il mio personale enigma viene in parte svelato da Peter Griffin, che evidenzia tra l'altro uno stereotipo su noi italiani che a molti di noi farebbe abbastanza strano... vale a dire, che di norma gli italiani portino i baffi. Vatti a fidare degli stereotipi...

venerdì, maggio 08, 2009

gratis

Ci sta mettendo un po' a ingranare, ma i colori e i profumi sono già decisamente quelli dell'estate.

Sempre a Entracque, vicino all'arco che porta a casa di mio prozio, proprio sopra un muretto su cui sono certo di aver giocato da piccolo, ho notato alcune cassette contenenti delle radici di dahlie. Non so se avete presente come sono fatte... sono tuberiformi, tutte attaccate in delle specie di cespi anche abbastanza grandi. Le cassette erano poste tutte in fila, e lì vicino c'era un cartello scritto a mano che diceva:

PER CHI LE VUOLE - SONO GRATIS

Noi ovviamente ci siamo serviti (con moderazione... abbiamo preso un cespo più grosso e uno più piccino), e le pianteremo al ciabot, che stiamo cercando di abbellire il più possibile con fiori e piante. Ad ogni modo... a meno che non facciano parte di un piano diabolico il cui arcano scopo è propagare per il mondo dei cloni vegetali di Berlusconi o cos'altro... non la trovate una cosa bellissima? Voglio dire, questa generosità così cieca e disinteressata. Non è mica facile essere così. D'accordo che chi le ha tolte dalla terra sicuramente non se ne faceva niente. Però poteva sempre cercare di venderle, regalarle a persone conosciute, oppure semplicemente buttarle via, come sarebbe venuto naturale alla maggior parte delle persone. Invece ha deciso di cederle a dei passanti sconosciuti.
Mi sono chiesto se io ne sarei capace. Silvia mi ha detto: "Beh, potresti farlo anche tu, se ci capitasse di avere delle verdure dell'orto in eccesso... puoi lasciarle lì sotto casa". In un primo momento l'idea mi ha stuzzicato. Poi le faccio: "No, non mi va di regalarle a qualche cliente della gelateria che magari parcheggia davanti al nostro garage" (appena arriva l'estate troviamo puntualmente qualche macchina parcheggiata davanti al garage). E lei, quasi contemporaneamente: "No, alla fine se le prenderebbe tutte quella del piano di sopra" (non abbiamo proprio degli ottimi rapporti di vicinato). E così via...
Ecco, capite cosa intendevo, quando dicevo che non è così facile essere generosi ciecamente e disinteressatamente?

mercoledì, maggio 06, 2009

colori

Un sacco di passeri che sfrecciano nei cespugli.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per trascorre una bella giornata tutta per noi, in famiglia. Favoriti dal bel tempo, abbiamo passeggiato con Pietro, lo abbiamo fatto giocare con le fontane, gli abbiamo fatto vedere qualche animale, siamo andati a mangiare fuori con lui e via dicendo. Tra le altre cose, abbiamo fatto un salto a Entracque, perché dovevamo passare in farmacia, e quella di Valdieri era chiusa. A parte una tappa veloce in una giornata di neve di una decina di anni fa, con gli amici, erano davvero molti anni che non andavo a Entracque, e ne avevo perciò un ricordo parecchio confuso. E dire che da piccolo ci andavo abbastanza spesso. Lì il mio prozio Dorino aveva un appartamento, e ogni tanto mi è capitato che i miei nonni mi ci accompagnassero, d'estate. L'appartamento di mio zio dava su una specie di cortile comune, e io giocavo lì con una vicina di casa, una bambina di nome Silvia (ma pensa un po'), che io, con autentico spirito di patata, chiamavo "Salvia". Credo di averla anche vista al funerale di mio zio, ma non ho avuto la certezza che fosse lei finché non ho chiesto a mia madrina. E comunque non avrei saputo cosa dirle. Ricordo poco altro di quel cortile, se non frammenti, vaghe impressioni: ricordo un cane che ululava quando risuonavano le campane, ricordo mio zio che faceva la grappa alla camomilla, forse un aliante giocattolo con le ali di polistirolo, comprato dal tabaccaio che vende un po' di tutto, a Valdieri.
A questo pensavo ieri mentre da Valdieri ci dirigevamo con la macchina verso Entracque, e mi chiedevo se sarei riuscito a ritrovare quella casa in cui non ero stato da anni. E pensare che qualche occasione c'era stata, negli ultimi tempi. Parcheggiando la Micra, scettico al pensiero di riuscire a trovare il posto, mi sono arrabbiato con la memoria. Perché le cose col tempo si dimenticano? mi chiedevo. Perché i momenti vissuti da piccoli, momenti così belli e speciali, finiscono triturati in un magma indistinto? Pensavo al fatto che Pietro non ricorderà nulla di questi (quasi) due anni passati con lui, e la cosa mi rodeva un po'.
Passeggino alla mano, ci siamo messi a cercare la farmacia. Io gettavo l'occhio in ogni cortile, in ogni via traversa, cercando indizi del passato, ma niente: quel paese più carino di quel che mi immaginassi non mi diceva un granché. Un ponte, un parco e un bar hanno acceso una flebile lucina in me, ma non sapevo nemmeno se si riferiva a quel periodo o a quando andavo a sciare con la mia famiglia.
Poi troviamo la farmacia. Silvia entra e io resto fuori con Pietro a farmi un giro. E in quel momento vedo un momento che raffigura un alpino... una scalinata... un portico... un muretto... e subito ho una specie di epifania. Avverto come un calore sgorgare dentro di me, entro nel portico, intravedo una via con in lontananza una statua della Madonna... non è quella, ma quella sotto... le case... i giardini... e all'improvviso so già cosa troverò al fondo di quella via.
Proprio non me l'aspettavo, e ho vissuto quel momento con una certa emozione. Appena Silvia ci ha raggiunti, siamo andati fino alla casa, e ho letto il nome sul campanello. I ricordi legati a quel posto sono rimasti indistinti come prima, ma entrandoci dentro si sono colorati come in un album per bambini. Erano ancora lì, aspettavano solo di essere sfogliati e riempiti.

lunedì, marzo 23, 2009

PArole

L'inverno sembra finito sul serio, questa volta.

Man mano che Pietro inizia a PArlare, mi rendo sempre più conto di una cosa: l'Italiano ha davvero un sacco di parole di uso comune (e che capita sovente di usare coi bambini) che iniziano con "PA".

PApà
PAne
PAsta
PAppa
PAsticcio
PAtata
PAnnolino
PAzienza
PAletta
PAlla
PAdella
PAntaloni
PAgliaccio
PAppagallo

giovedì, marzo 12, 2009

pina

Crescono le gemme, cinguettano gli uccelli e la vicina del piano di sopra riprende a scopare giù la sua roba sui nostri balconi.

Ieri stavo camminando per via Bonora dopo aver portato Pietro a mia suocera. Strada facendo incontro Pina, la mia "tata" di un tempo. La saluto... lei subito non mi riconosce. Le dico che sono io. Ci salutiamo, e lei mi chiede com'è Pietro. Mi chiede se è buono come ero io, e inizia a raccontarmi alcuni episodi della mia infanzia che io non posso ricordare. Vorrei riportarli, ma non credo di essere in grado di ricrearne l'atmosfera. Me li tengo per me, nella speranza di non dimenticarli. Comunque mi ha detto che ero un bambino buono, che era molto affezionata a me, e gli episodi che mi ha raccontato dimostrano che anche io ero molto affezionato a lei.
Crescendo poi certe qualità si perdono, si deteriorano, o forse confluiscono in altre, non so. Fatto sta che quando ero più grande, durante le elementari, iniziai a essere un po' insofferente nei suoi confronti. Forse è fisiologico, ma al pensiero mi sono sentito in colpa.
Mi ha fatto piacere parlare con Pina. Dopo esserci salutati, mi sono messo a pensare alla bontà, all'innocenza, e a un sacco di cose.

venerdì, febbraio 13, 2009

run run run

Sole caldo con aria fredda.

Martedì, per la prima volta da almeno quindici anni, sono andato a correre. Quando ero piccolo mi ci portava mio padre dopo sottili ed estenuanti opere di persuasione. Io non amavo molto correre. Spesso faceva freddo, e io avevo le gambe più corte e scarpe da ginnastica troppo grosse. Con mio fratello era un po' diverso perché la cosa era... più soft, diciamo, dato che ogni tanto ci si fermava e si camminava parlando un po'. Ciò non toglie che non fosse esattamente il mio sport preferito. Non che io avessi uno sport preferito, anzi. Praticamente non ho mai giocato a calcio, di pallavolo ho solo qualche ricordo scolastico poco esaltante, basket non mi dispiaceva ma l'ultima volta che ci ho giocato facevo le medie. Facevo pattinaggio corsa quando ancora i pattini non avevano le ruote allineate. Pattinare mi piaceva, ma francamente l'antagonismo non faceva per me, e poi non osavo abbastanza.
Ma insomma, se si fa un lavoro sedentario come il mio, in qualche modo bisogna pur muoversi. Tra un mese o due ci sarà l'orto, ma non è la stessa cosa... e poi io avevo bisogno di qualcosa di più pratico e veloce da fare immediatamente quando ho l'occasione senza perdere troppo tempo e possibilmente senza l'ausilio della macchina. Così ho deciso di riprovare a correre. La cosa un po' m'intimoriva e un po' mi faceva ridere. Diciamocelo: proprio non mi ci vedevo a fare corsa come quelli che incontro ogni tanto per le strade. Voi mi ci vedete?
Ad ogni modo, ho chiesto qualche consiglio a Mattia e poi via, sono partito qui da casa dei miei lungo la pista ciclabile diretta a Valpone (che disterà da Canale 2,5 km, almeno secondo Google Maps). Volevo iniziare con poco e andando piano, anche perché altrimenti rischiavo di stufarmi dopo la prima volta. Fondamentale era l'iPod. Io sono un musicomane, e l'unica cosa che poteva fare la differenza con le mie esperienze passate era l'ausilio della musica a fare da colonna sonora, a rendere cinematografico il paesaggio in movimento durante la corsa...
...E direi che ha funzionato. L'esperienza mi è piaciuta, non mi sono stancato più di tanto (come ho detto, avrò fatto massimo massimo cinque chilometri) e ho ripetuto la cosa due giorni dopo con un pochino più di grinta. Certo, mercoledì ero un tantino rigido, ma giovedì ero già pronto per la corsa successiva. Entrambe le volte ho usato come colonna sonora Boxer dei National (ascoltabile qui)... band che conosco da poco ma che si è rivelata adattissima al modo in cui volevo correre.
Chissà quanto ci metterò a stufarmi?

lunedì, febbraio 09, 2009

i morti

La strada si allarga nuovamente, e solo poca neve "marcia" resiste sui bordi.

Febbraio ci ha offerto due bellissime giornate di sole... quel sole di fine inverno che ti suscita un intenso senso di liberazione. Così ieri pomeriggio sarebbe stato un delitto restarsene chiusi in casa, e siamo andati a camminare un paio d'ore con il passeggino.
Siamo saliti su lungo via Castelvecchio per poi scendere a Valpone dalla stradina in discesa sul bivio per S.Defendente. Pietro inizialmente dormiva, e quando si è svegliato è rimasto buono buono a osservare la campagna assonnata come lui. Siamo tornali a Canale percorrendo la pista ciclabile, e così facendo siamo passati di fronte al cimitero. Era un po' che non ci andavamo, perciò abbiamo deciso di farci un salto.
Il cimitero era deserto, e Pietro si è trovato immediatamente a suo agio, con tutta quella ghiaia e quegli scalini su cui arrampicarsi (confido nella clemenza dei morti). Siamo andati di fronte alla tomba di famiglia. Ad un certo punto guardo Pietro che gioca sul rettangolo di terra in cui sono sepolti alcuni suoi bisnonni e trisnonni. Ho pensato ai morti che se ne vanno sotto terra, ai vivi che fioriscono su di loro e alla mancanza di un contatto tra gli e gli altri.
Pietro giocava ignaro di tutto e spensierato.
Anche i morti giacevano lì sotto ignari di tutto. Almeno credo, ma se anche non fosse... beh, a me farebbe piacere che un mio piccolo discendente venisse a giocare sulla terra in cui dormo.

martedì, gennaio 27, 2009

raccogliere e consumare

In questa relativamente tiepida giornata d'inverno, tutto intorno a me era uno sgocciolio di neve per lungo tempo rimasta al suo posto.

Io sono una persona che va a periodi. Forse tutti lo siamo. Non saprei, io parlo per me. D'altronde, chi segue costantemente il blog dal suo esordio l'avrà capito. Ci sono stati periodi di magra e periodi in cui cui scrivevo un post al giorno, e questo andamento rientra più in generale negli alti e bassi che caratterizzano più o meno ogni mio interesse. In larga parte dipende certamente dagli impegni e dalla disponibilità che si hanno di volta in volta, ma c'è anche una componente puramente personale, interiore, o come la si voglia chiamare. Anche la mia passione per la musica, per fare un esempio, ne è affetta. Ci sono dei periodi nei quali mi trasformo in un affamato divoratore di cose nuove, e altri nei quali invece mi assesto su ascolti più confortanti, sulle cose che si sono sedimentate dentro di me nel corso degli anni. Non so se si tratti di una forma di pigrizia o di una necessaria pausa di rielaborazione di ciò che ho assimilato. Forse, più semplicmente, esistono stagioni per raccogliere e stagioni per consumare.
In generale, questo è per me un inverno musicale. Negli ultimissimi mesi ho raramente sentito il bisogno di salpare verso nuove mete, e mi sono per lo più attenuto a percorsi musicali già tracciati. Ma insomma, anche d'inverno ci sono pur sempre i bucaneve, e così capita di raccogliere qualcosa di buono anche quando non lo cerchi. È più o meno quel che mi è successo con l'ultimo album di Antony & The Johnsons (ascoltabile gratuitamente a questo indirizzo). Se devo proprio essere sincero, nonostante le lodi sperticate di critici e cantanti suoi colleghi, ho sempre guardato con sospetto a questo virtuoso della voce. Solitamente i virtuosismi mi annoiano, che si tratti di lunghi assoli di chitarra o di acrobazie vocali. E così era stato per il primo disco di Antony che avevo sentito, quello omonimo. Qualche buon pezzo c'era, ma difficilmente riuscivo ad arrivare a fine album senza essermi annoiato prima. Invece, non so perché, questo non è successo con The Crying Light. Al contrario, mi ha sin da subito colpito per la sua misura e per la sua capacità di ricamare sulle sfumature. L'ho riascoltato più e più volte e ancora non mi ha stufato. Non so se questa impressione svanirà in fretta o se si rafforzerà col tempo. Magari mi piace con questo tempo e questo umore, e domani non mi dirà più niente. Staremo a vedere. Per ora ve ne consiglio l'ascolto.

sabato, gennaio 17, 2009

figli e padri

Il ghiaccio su via Mompissano si scioglie poco a poco. Oggi ho visto un cane lupo percorrere di corsa quella discesa, inseguendo la gallina favorita di mio padre. Se fosse scivolato, gli avrei riso dietro per mezz'ora.

Pensieri più o meno liberi:

Questo gennaio ospita qualche grande avvenimento.
Innanzitutto, Pietro, di cui prometto che nei prossimi giorni metterò una foto, ha compiuto un anno e mezzo. Un bel traguardo a cui siamo arrivati alla velocità della luce. Com'è Pietro a un anno e mezzo? Ce lo ricorderemo, un giorno? Ne dubito, visto che nuovi innumerevoli ricordi continuano a spingere al fondo dalla memoria quelli vecchi. Fortunatamente ci sono le foto, i filmati... e le parole. Dicevo, com'è Pietro a un anno e mezzo? È sempre più dolce, ma sta anche mettendo su un bel caratterino. Ormai cammina bene e ha smesso di gattonare da tempo. Per ora la dermatite non si è più fatta vedere, tranne dietro al ginocchio sinistro, dove comunque appare sempre meno forte. Speriamo quindi che non si faccia viva fino a primavera... e se anche tornasse, beh, almeno qualche mese tranquillo l'abbiamo passato (l'anno scorso era arrivata verso fine ottobre). Poi... Pietro a un anno e mezzo è un fanatico della musica... della sua musica, ovviamente. Zecchino d'oro e canzoni sugli animali in particolare. Adesso riconosce da solo le parole che conosce (anche se ancora non le pronuncia) in mezzo ai testi delle canzoni, senza bisogno che gliele diciamo noi. Così se sente "gatto", "gattino" o "gatta", miagola. Se sente "tigre" ruggisce. Se sente "baffi", si passa il dito sopra il labbro. Se sente "mano", fa "ciao ciao" con la manina. Uno spasso. Poi è anche un fanatico degli animali. Forse qualche mese fa lo era ancora di più, con la sua tavola di legno con su gli animali stampati. Ma anche adesso ama sfogliare i libri e cercare quelli che già conosce, per poi confrontarli con altre "versioni" dello stesso animale in formato peluche, giocattoli, nostri disegni, ecc. È molto bravo a riconoscerli. Ogni tanto prova anche lui a disegnarli... ma diciamo che sono parecchio soggettivi. Ma soprattutto... Pietro a un anno e mezzo ha quasi smesso di prendere il latte! Questa è la grossa novità, soprattutto per Silvia, che sente la mancanza di questo particolare rapporto ma che si è anche liberata di un grosso peso. È successo che una sera di qualche giorno fa, stremata dal suo ciucciare senza addormentarsi, gli ha detto: "Pietro, io il latte non te lo do più". Lui forse ha capito, perché quando di notte si è svegliato, si è addormentato da solo dopo non molto (nel lettone ovviamente... una cosa per volta, insomma), senza lamentarsi più di tanto. E ha resisito per un giorno e mezzo senza latte. Poi non ce l'ha più fatta, e allora di mattina Silvia gliel'ha concesso, così si è anche svuotata un po'. La cosa si è ripetuta, ma meno latte prende Pietro, meno Silvia ne produce. Quindi siamo ottimisti sull'esito della strategia. Certo, la notte ci si continua a svegliare... ma è tutta un'altra storia (almeno per lei... per me più o meno, ma mi sembra doveroso occuparmente io a questo punto). Un passo in avanti, comunque. Altre cose... beh, in questo periodo oltre che per la musica (la hit del momento è la sigla di "Sandokan") e gli animali va matto per i suoi due cuginetti più grandi... in particolare Samuele, che adora. Eh sì, perché per quanto ormai ci riconosca tutti quanti e si stia affezionando non solo a noi ma anche agli altri membri della famiglia, giocare con altri bambini, per quanto non coetanei, è tutta un'altra cosa. Ah, dimenticavo le parole... ormai padroneggia perfettamente "papà" (me lo dice anche al telefono, oltre che in foto... mi riconosce, che stella) e "mamma"... dice "nonno", "nanna"... qualche pezzo di parola qua e là e soprattutto tanti versi di animali, dalla gallina al gatto per finire a tutta una serie di ruggiti che variano a seconda si tratti di una tigre, di un leone o chissà di che altro felino.

Altra cosa importante di questo mese è l'anniversario dei dieci anni dalla morte di Fabrizio De André. Eh sì, sono passati dieci anni. Non ho molto da aggiungere su quanto ho già scritto in diversi post al riguardo. Solo che l'altro giorno, dopo aver visto lo speciale a "Che tempo che fa", parlavo con Mana di come Fabrizio sia stato veramente un padre per tutti noi... del suo potere di fare da collante che riunisce così tante persone sotto uno stesso tetto... di dare l'opportunità, alle persone che riconoscono nella sua musica gli aspetti più belli di questo paese, di sentirsi a casa.
Chiudo con una segnalazione. Sul sito di Radio Tre, si possono trovare in formato mp3 le puntate di Storyville di questa settimana. Cinque puntate (l'ultima devono ancora inserirla... credo lo faranno lunedì) di mezz'ora ciascuna in cui Ascanio Celestini ci racconta qualcosa della vita di De André, inframezzato da sue canzoni, canzoni di quelli che l'hanno ispirato, ecc. Secondo me ne vale la pena. Non so quanto terranno i file sul sito... non credo più di una settimana, ad ogni modo. Io comunque li ho salvati. Ecco il link.

martedì, gennaio 06, 2009

strange weather

Ho camminato in una neve sofficissima, nel deserto delle nove di mattina dell'epifania.

Rendo omaggio al titolo di questo blog con un post interamente dedicato al tempo.
Come sapete, quasi ogni giorno percorro più o meno gli stessi dieci minuti di strada che separano casa mia da quella dei miei, e ciò fa sì che ogni giorno mi si proponga più o meno la stessa scena con minime variazioni sul tema, per lo più di natura climatica. Da quando ho trasferito il mio "ufficio", il tempo è cambiato parecchio. Ricordo che, ai primi di ottobre, c'era ancora addirittura da togliersi la maglia dal caldo, dopo la salita di Via Mompissano. Giorno dopo giorno, tra sole, pioggia, vento, brina, neve e ghiaccio, sono scivolato, insieme alle solite vie, nel cuore dell'inverno, e nello stesso arco di tempo, scivolerò verso la primavera. La circolarità dei mutamenti stagionali mi emoziona. Perché, pur seguendo sempre lo stesso corso, la natura appare ai nostri occhi sempre nuova. Mi suona sempre strano pensare che, dopotutto, io ho vissuto solo trenta inverni, trenta primavere, trenta estati, trenta autunni. Sembrano pochi, detto così. E quanti potrò averne vissuti, alla fine della mia vita? Se anche ne vivessi cento, sarebbe comunque qualcosa di relativamente nuovo.
Il tempo, però, ci riserva talvolta delle sorprese inaspettate e forse, addirittura, del tutto nuove. Anche per questo sono contento di essere ora costretto a uscire di casa, per lavorare.
Ieri, ad esempio, ho visto (credo) per la prima volta in vita mia la galaverna. Mentre percorrevo via Roma, via Bonora, via delle Margherite e via Mompissano, mi sentivo come un bambino in un luna-park. L'intero paese ricoperto di perfetti aghi di ghiaccio. Il bianco di cui erano ammantati gli alberi da vicino diventava una sorta di peluria, e visto da ancora più vicino si trasformava in costruzioni di chiodi, città di ghiaccio, zampe di ragno. Le ringhiere lungo la strada prendevano vita e si tramutavano in rovi. L'invisibilità delle ragnatele veniva smascherata dal bianco, ed esse assumevano un'aria gotica e minacciosa, ricoprendosi di aculei. I fiori dell'edera sbocciavano di una nuova vita inusuale ed effimera. Le maglie delle reti diventavano bocche di squali.
Ovviamente non potevo non fare qualche foto col telefonino... sono un po' scarse, ma pazienza.




giovedì, gennaio 01, 2009

e il 2008 è andato

Fa buio e fuori fa freddo, ma questa volta la neve non è venuta.

Ieri abbiamo salutato il 2008. Una bella e tranquilla cena tra amici che è sempre bello rivedere, a casa di Giusi. Avrei voluto scrivere qualcosa ieri pomeriggio e fare a tutti gli auguri, ma non c'è stato il tempo. Lo sto proprio trascurando, questo blog.

Il 2008... è un anno a cui guarderemo con nostalgia, un giorno? Forse sì, ma è stato anche un anno carico di brutte notizie. Certo, c'è stato qualche lieto, lietissimo evento che basta a renderlo memorabile. E c'è stato Pietro che ci ha regalato ogni giorno una scoperta meravigliosa e irrinunciabile. Ma a parte questi stupendi, "enormi" momenti riguardanti la sfera strettamente personale, è un anno a cui dico addio volentieri.
Sono andato a diversi funerali e ho sentito nominare troppo spesso gli ospedali da gente a me vicina. Il paese in cui abito ha perso due figure... due persone che non ci aspettavamo di dover salutare così presto.
È caduto un governo zoppicante e pieno di difetti, ed è salito al potere un governo più sicuro di sé e ben più inquietante e disastroso. Esso ha gettato una luce cupa e bieca su tutti noi, rivelando di colpo tutta la nostra arretratezza, la nostra miopia, la nostra ignoranza, la nostra mediocrità, il nostro odio represso, il nostro bisogno di essere comandati e privati delle responsabilità a qualunque prezzo. Anno tristemente memorabile anche per la sinistra che, batoste altrui a parte, si è auto-annichilita... troppo occupata a fagocitarsi da sola cercando di dare in tutti i modi ragione agli avversari, quando l'accusano di essere divisa. Mentre il centrosinistra sembra fare di tutto per offrire una delusione dietro l'altra a chi gli ha dato fiducia. Insomma, c'è da sentirsi smarriti sul serio questa volta.
Infine, c'è stata una crisi economica mondiale di cui piano piano vediamo gli effetti, e che rende il nostro futuro economico ancora più precario. Da questo punto di vista, il 2009 si preannuncia ancora peggiore, ma cerchiamo di non pensarci. O cerchiamo di pensarci in maniera costruttiva, almeno in questi giorni d'avvio.
Quindi... ecco... ciao ciao 2008, di te terremo solo le cose belle che ci hai regalato, e che non sto a ricordare per filo e per segno come ho fatto con quelle brutte. Perché se ho voluto esorcizzare così i mali di quest'anno, le cose belle preferisco tenerle dentro di me.
Buon 2009 a tutti di cuore.

martedì, dicembre 16, 2008

riassunto

Piove. Il rivolo d'acqua che mi veniva incontro mentre salivo su per Via Mompissano sembrava una scala mobile.

Sono ancora vivo, ma preso da mille impegni e cose a cui pensare. Ciò mi toglie l'ispirazione di scrivere, ma dietro le quinte la vita va avanti: Pietro fa progressi e ogni giorno ha in serbo una novità; si pensa ai regali; si continua a mangiare bene, ad ascoltare buona musica, a vedere bei film; si impara a sopportare i vicini di casa guardando avanti e reagendo solo quando proprio la situazione lo richiede; si fanno progetti per il futuro; ci si inquieta per quello stesso futuro, immaginando dove ci porterà la crisi economica mondiale; ci si inquieta, ci si indigna, ci si vergogna, ci si arrabbia per l'operato sempre più vergognoso e miope di questo governo, consapevoli del fatto che non sarà facile uscirne visto com'è ridotta l'opposizione; ma si spera anche in un futuro, in un'altra generazione; si radunano vecchie foto negli album, e ci si stupisce ancora a guardarle; si invecchia, e invecchiano gli altri intorno a noi; si continua il vecchio lavoro e si intraprendono lavori nuovi; si cammina sotto la pioggia lasciandosi suggestionare dalla musica.

Questo e altro si fa e forse nutrirà i post successivi. In caso contrario, ci si può accontentare di questo riassunto.
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