sabato, gennaio 09, 2010

tempo di bilanci 2009 e anni zero: 1 (musica)

Piove sulla neve.

Il 2009 è stato un anno che ha richiesto molta concentrazione. Per questo motivo, forse, ho dedicato alla musica meno tempo del solito, specialmente in alcuni orari della giornata. Più che altro, a risentirne è stata la mia sete di scoprire cose nuove, ma a questo ha ovviato il mio amico Mana, che mi ha passato alcuni album di grande interesse che, in tutta probabilità, dopo il necessario periodo di rodaggio, entreranno a far parte dell'olimpo dei miei preferiti.
Ad ogni modo, mi risulta difficile stilare una top ten delle uscite di quest'anno. Per fare una selezione di dieci titoli, dovrei averne apprezzati molti di più, e non è così. Ho ascoltato molte cose belle, ne ho conosciute di valide e alcune uscite di autori conosciuti hanno confermato il mio amore per quel determinato gruppo o quel cantante, però... vabbe', insomma, una top ten del 2009 non riesco a farla, perciò mi limito a dire che gli album del 2009 che ho ascoltato di più sono sicuramente Beware di Bonnie "Prince" Billy, Fever Ray della cantante dei Knife, Good Morning Jokers dei Mi and L'au, The Duckworth Lewis Method dell'omonimo gruppo e, infine, la compilation Dark Was the Night. Un altro album che mi è piaciuto molto è The Conformists di Doveman. Queste sono le uniche certezze, per ora... quindi mi fermo qui.
Per quanto riguarda le delusioni del 2009, le più grandi provengono da due degli autori che ho amato di più negli ultimi anni: Micah P. Hinson e Sufjan Stevens. Il primo ha realizzato un trascurabilissimo album di cover (All Dressed Up And Smelling of Strangers), quasi fastidioso nella sua banalità. Il secondo continua a tergiversare con progetti minori (ben due: Run Rabbit Run e The BQE), mentre noi fremiamo nell'attesa di un nuovo Illinoise da quasi cinque anni.

2000/2009
Ma naturalmente il 2009 rappresenta anche la fine di un decennio musicale. Anche se nell'arco di dieci anni i gusti musicali cambiano direzione, mutano e si evolvono, e quindi la cosa si fa un po' più complessa, per lo meno ho più materiale da selezionare per stilare una vera e propria classifica. Una top 10 mi sembrava troppo poco... quindi ho deciso di buttare giù una top 5 che comprende i cinque album che più ho amato del decennio... e in coda ne infilo altri dieci quasi altrettanto amati. Naturalmente la classifica non vuole comprende le cose migliori in assoluto realizzate in questo decennio, ma solo le mie personali preferenze, ovvero quegli album che ho davvero amato e ascoltato di più nel corso del decennio. Oltre alle cose che esulano dalle mie conoscenze ci sono infatti un sacco di album dei quali riconosco la bellezza ma che non sono riusciti ad attecchire nella mia sensibilità (penso ad esempio a un gruppo come gli Animal Collective, che trovo obiettivamente bravi ma che, alla fine della fiera, mi annoiano). Ho lasciato volutamente fuori quasi tutte le cose di quest'anno e quelle conosciute solo di recente, perché necessitano ancora di un po' di assimilazione. Ho mantenuto solo quello dei Mi and L'au che forse è quello che più mi ha colpito tra gli album dello scorso anno. Ho anche deciso di inserire un solo album per artista... va da sé che molti di essi dovrebbero contare almeno un parimerito tra i propri consanguinei.

Ecco dunque i cinque album del decennio che ho sentito e apprezzato maggiormente:

Sufjan Stevens, Come on, Feel the Illinoise! (2005)
Cat Power, You Are Free (2003)
Bonnie "Prince" Billy, The Letting Go (2006)
Tunng, Comments of the Inner Chorus (2006)
Micah P. Hinson and the Gospel of Progress, Micah P. Hinson and the Gospel of Progress (2004)

Sulle prime quattro posizioni non ho alcun dubbio. La quinta mi ha lasciato un po' indeciso... quindi fate conto che potrebbe essere tranquillamente sostituita da alcuni degli album qui sotto.

E ora gli altri dieci (in ordine casuale):

Blonde Redhead, Melody of Certain Damaged Lemons (2000)
Radiohead, In Rainbows (2007)
The Knife, Deep Cuts (2003)
Baustelle, Sussidiario illustrato della giovinezza (2000)
The National, Boxer (2007)
Ardecore, Ardecore (2005)
Johnny Cash, The Man Comes Around (2002)
Iron & Wine, Our Endless Numbered Days (2004)
Bright Eyes, I'm Wide Awake It's Morning (2005)
Mi and L'au, Good Morning Jokers (2009)

Sicuramente ho dimenticato qualcosa, ma pazienza.

mercoledì, gennaio 06, 2010

buon anno

C'è il sole, ma ho chiuso la tapparella perché mi dava fastidio il riflesso sullo schermo.

Buon anno. Sì, lo so che sono in ritardo. Ma prima o non ero a casa o ero occupato col lavoro, o entrambi. Anche adesso sono occupato col lavoro, in realtà. Ma ho deciso che non potevo aspettare ancora a fare gli auguri.
In realtà le mie intenzioni iniziali erano di terminare il 2009 con una serie di post corposi in cui facevo un po' il bilancio dell'anno e del decennio sotto diversi punti di vista (uh, che idea originale), ma poi ho avuto davvero troppo da fare e amen. Non importa, ci provo da domani, con molta calma e senza scadenze. Così l'anno è finito davvero e non ho rischiato di perdermi qualcosa dell'ultimo minuto.
Quali argomenti potrei toccare? Uhm... uhm... beh, sicuramente la sfera personale... la musica... la politica (qui vediamo)... il cinema... le migliori chiavi di ricerca che hanno portato a Strange Weather nell'arco dell'anno... ok, ci siamo, ora devo solo farlo.
Nel frattempo, buon 2010.

giovedì, dicembre 24, 2009

auguri

Piove? Ma è Natale o il giorno dei morti?

Come al solito, la vigilia di Natale sono sempre di corsa per un motivo o per l'altro. Questa volta, per esempio, mi si è otturato lo scarico del bagno quindi ho perso tutta la mattina per stare dietro alla cosa, che di per sé non era nemmeno molto natalizia. Quindi ora, dopo aver terminato di tradurre un lavoro altrettanto disgustoso, scappo a finire di impacchettare, fare visite e quant'altro... ma non prima di fare gli auguri a quelli che ancora seguono questo blog. E poi non dite che non trovo il tempo per voi. Buon Natale!

martedì, dicembre 22, 2009

solstizio d'inverno

Il sole sulla neve. Devo fare attenzioe a non scivolare lungo via Mompissano.

Un titolo un po' alla Ozu.
Ieri era il giorno più corto dell'anno. Ogni anno, arrivato a questo punto, provo un senso di sollievo, come un nuotatore che raggiunge la boa e si appresta a tornare indietro (e io tra l'altro non so nuotare). Poco importa se il vero inverno inizia solo adesso e le giornate resteranno quasi immutabilmente buie e fredde per parecchio tempo. Il solo fatto di sapere che oggi la sera non scenderà ancora prima di ieri, mi rasserena.

giovedì, dicembre 17, 2009

dimensione parallela

Il respiro gelido di dicembre si infilava sotto la cuffia, ed erano le ore più calde della giornata.

All'indomani dell'incidente Berlusconi-Tartaglia-Duomo di Milano, avevo iniziato a scrivere un post sull'argomento. Poi però mi è passata la voglia.
Perciò parliamo di qualcosa di completamente diverso.
La settimana scorsa sono uscito nel gelo della sera per portare fuori l'immondizia, che normalmente lascio lungo Via Vecchie Mura, a tre metri dalla porta di casa. Quando ho fatto per rientrare, mi sono ritrovato la porta d'ingresso chiusa. La cosa mi ha lasciato un po' spaesato, perché quando vado a lasciare il sacco dell'immondizia non la chiudo mai, visto che è solo questione di un attimo.
Non so perché, ma la cosa mi è parsa innaturale. Allora ho iniziato a fantasticare come mio solito, e ho pensato che magari, una volta tornato di sopra, avrei scoperto di essere stato via per dieci anni, trovando una Silvia quasi quarantenne e un Pietro che ormai frequentava le scuole medie. Oppure che magari mi sarebbe sembrato tutto normale, solo per accorgermi, dopo un paio d'ore, al momento di far fare la cacca a Pietro, di essere capitato in una dimensione parallela in cui tutto è identico a questa, tranne il fatto che lì i bimbi hanno la coda.
A cosa non si pensa, pur di non pensare al presente.

lunedì, dicembre 14, 2009

alfabeto (3)

Stamattina ho visto qualche fiocco di neve leggerissimo e isolato scendere flemmaticamente mentre ascoltavo i Mi and L'au.

Dall'ultima volta che ho fatto il punto della situazione su Pietro è ormai passato un sacco di tempo. A dire il vero, è una cosa che perde un po' di senso, a quasi due anni e mezzo di età, più che altro per il fatto che ormai il grosso delle vere e proprie novità (prime parole, primi dentini, ecc) è passato, e da questo punto in avanti si tratta più che altro di consolidare e perfezionare processi già avviati. Ad ogni modo, visto che la memoria non è dalla nostra parte e vista la velocità con cui cambiano ed evolvono i bambini, avere qualche appunto scritto può tornare utile.
A quasi due anni e mezzo, Pietro:

a) Parla, e parla un sacco. Non solo conosce un sacco di parole di uso quotidiano, nomi di animali, ecc, ma formula anche delle frasi, ed è uno spasso sentirlo.

b) Ovviamente non parla ancora perfettamente, ad esempio dice la "l" al posto della "r"... ma sta smettendo di dire la "s" al posto della "f" (prima tirava fuori fantastici neologismi come "sarsalla" e "sormica).

c) Non solo: conosce anche i testi di un sacco di canzoni. Del resto mi sembra il minimo, con tutte le ore passate ad addormentarlo cantando! Tra quelle che sa meglio, oltre a praticamente tutta la colonna sonora di Nightmare Before Christmas, ci sono "Onda su onda" (Paolo Conte), "Il caffè della Peppina" (Zecchino d'Oro), "Son tre notti che non dormo", "Quel mazzolin di fiori"... e la canzone delle dita.

d) Ciò significa che Pietro, oltre a parlare, canta. Canta a modo suo. Azzecca tempi e ritmi, ma le note sono pressoché le stesse due per tutte le canzoni. Sì, devo dire che ha un senso del ritmo migliore del mio (che è un disastro).

e) Sa mangiare da solo con forchetta e cucchiaio.

f) Adora la cucina giapponese: pesce crudo, alghe wakame, riso bollito, salsa di soia, salsa tonkatsu, zuppa di miso, soba... portarlo al ristorante giapponese è stata una vera soddisfazione.

g) Mangia un po' di tutto (specie verdura e frutta), ma detesta i formaggi (a parte lo stracchino). Gli piacciono il miele e il cioccolato.

h) Sa sbucciare un mandarino, e dopo averlo mangiato va a buttare le bucce, rigorosamente nel cestino dell'umido.

i) Effettivamente, per certe cose è molto ordinato, ed è molto attento nell'imitarci e nell'imitare quel che facciamo (a parte il fatto che io NON sono ordinato). Se scarta qualcosa, poi butta sempre la confezione nel cestino.

l) Gli piacciono ancora molto i mostri (ma delle streghe inizia ad avere paura), e ora va matto per i pesci degli abissi (al compleanno gli ho regalato un dvd fantastico). Quando vede il "melanoceto" esclama entusiasta: "Papà, che brutto quel pesce! Paletta!".

m) Da qualche mese dorme in camera sua nel letto (non più il lettino)... qualche volta è rotolato giù, ma abbiamo attutito la caduta con delle specie di tatami.

n) Ora di notte dorme con una certa regolarità, e si sveglia al massimo una o due volte. Quando si sveglia, stranamente non viene da solo nel lettone, ma chiama timidamente, o a volte resta lì seduto sul letto ad aspettare.

o) Continua ad addormentarsi piuttosto tardi... in media verso le 23:30. In compenso però ha imparato a stare relativamente buono se per caso decidiamo di guardare un film.

p) Finalmente inizia a interessarsi anche alle fiabe lette, e non solo a quelle raccontate e alle canzoni, prima di fare la nanna. Ciò facilita un po' le cose.

q) Sa comporre un puzzle! Ha iniziato con quelli da sei pezzi, e ora riesce a farne uno da venti tutto da solo.

r) Fa la cacca e la pipì nel vasino, quindi ora tiene il pannolino solo di notte. Certo, per ora siamo noi a ricordarci di fargliela fare, e solo raramente è lui a chiedere di andare in bagno... quindi qualche volta se le fa ancora addosso. Però diciamo che ha capito il meccanismo.

s) Abbiamo scoperto che, oltre all'acaro della polvere, è allergico alle noci. Se per caso ne mangia un solo pezzetto, gli viene tutto uno sfogo intorno alla bocca.

t) è affezionatissimo ai suoi fantastici genitori.

u) ancora non ama molto i bambini più piccoli di lui, che guarda con diffidenza, ma quelli appena un po' più grandi (dai tre anni in su) li adora.

v) è socievole, ma inizialmente abbastanza timido e orso (come il papà)

z) pronuncia divertito alcune espressioni in piemontese come (traslittero un po' a caso): "sati torna si?!" (sei di nuovo qui?!), "piant'la lì" (smettila), "bòia 'sasin"(boia assassino) e "pisacol" (pisciasotto).

sabato, dicembre 12, 2009

ultima chance

Dicono che nevicherà. Ho qualche dubbio.

Se c'è una cosa che non amo, è quando la fine di qualcosa si protrae in una sorta di limbo indefinito e stiracchiato, prima di giungere, sfinita, all'inevitabile spegnimento. Non voglio che ciò accada a questo blog, per cui ho deciso: gli concedo un'ultima possibilità in onore dei vecchi fasti e, se neanche questa volta funziona, lo chiudo (o quantomeno lo congelo) definitivamente. Insomma, non mi va di vederlo agonizzare nell'etere così. Piuttosto, preferisco stringergli la mano e salutarlo definitivamente.

In una certa misura, avevo i miei buoni motivi per assentarmi da questo spazio, ma in buona parte si è trattato di pigrizia e di mancanza di idee... una specie di blocco, direi, nonostante le cose da scrivere non mancassero. Ora però ho deciso di riprovarci e recuperare il tempo perduto. Dalla prossima settimana intendo quindi scrivere un post per ciascuno degli argomenti che ricorrevano con maggiore frequenza in questo blog: Pietro, la musica, la politica, i ricordi, il cinema, i libri, la radio... e poi vedremo.
Intanto iniziamo a riscaldare i motori. Poi si vedrà.

sabato, ottobre 24, 2009

dialogo tra padre e figlio

Sole, cielo azzurro e foglie secche.

Giacomo: "Le bacche... le mangiano gli uccelli"
Pietro: "E il cucciolo di lagno mangia gl'insetti"
Giacomo: "Bravo... e Pepe cosa mangia?
Pietro: "Pesce cludo".

martedì, settembre 22, 2009

indecisione

Gli ultimi raggi caldi?

Sono indeciso su quale sia il migliore tra i seguenti neologismi (o quasi) inventati da Pietro:

1) Tapana (=Fantasma)
2) Giapu (=Giacomo)
3) Palipelosi (=Palmipedoni)

p.s.: Per chi non lo sapesse, i palmipedoni sono quegli esserini buffi che compaiono in Alice nel paese delle meraviglie.

giovedì, settembre 17, 2009

gemma

L'aria ha già un altro odore, le vespe iniziano a morire sulla strada, i trattori si caricano d'uva. Finalmente Agosto se ne è andato.

Ho deciso di riaprire il blog, senza troppi impegni. Quando mi viene da scrivere qualcosa, insomma.
Un mese fa, prima di tornare a casa, ho pensato di andare a trovare mia nonna Gemma che era a letto con la febbre alta da qualche giorno. Era lì coricata sul letto ed emetteva piccoli gemiti. Aveva gli occhi chiusi, era priva di conoscenza. Il giorno dopo alle otto e mezza è squillato il telefono, e ho subito capito che era morta. Il 18 agosto, stesso giorno di Fernanda Pivano. Ho preso la bici e sono volato a casa sua. La sua pelle era ancora calda, il volto sereno. Se ne era andata verso le otto, e prima di andarsene le era scesa una lacrima.

Avevo parlato dei miei nonni agli albori di questo blog, circa tre anni fa, e da allora di cose ne erano cambiate parecchie. In questo arco di tempo così stranamente breve, più precisamente a partire da un paio d'anni fa, mia nonna era piano piano scivolata in un mondo tutto suo, una specie di collage di ricordi di gioventù che mal si adattava alla cornice del presente. Questa incongruenza la faceva soffrire, si vedeva. Giorno dopo giorno, il suo sguardo si è fatto più assente, e il suo corpo più immobile. Gli sprazzi di coscienza si facevano via via più rari, e il suo è stato un lento e triste saluto.
Quando ero piccolo ho passato un sacco di bei pomeriggi, insieme ai miei nonnni. Mia nonna era una persona molto simpatica e avevamo un rapporto particolare. Quando ci salutavamo facevano uno strano verso stupido che non saprei descrivere, ma che avevamo mantenuto anche negli ultimi anni. Ricordo le sue bistecche impanate con le patatine, la sua minestrina, il budino al cioccolato o le pesche sciroppate nei ciotolini di vetro verde. Ricordo che pasticciava la faccia di Berlusconi sui giornali perché non lo poteva vedere. Ricordo gli accendini esauriti che teneva nel cassetto in una scatola... da piccolo ci giocavo un sacco. Ricordo che raccontava sempre che al posto di "peperoni" da piccolo dicevo "pepeluni", e infatti lei li chiamava così (o forse si trattava di mio fratello, chissà). Il terrazzo con le piante. I puntuali battibecchi con mio nonno e le sue battute pungenti. Le sere d'estate di tanti anni fa passate a guardare "Una rotonda sul mare".




lunedì, agosto 10, 2009

vacanza, ma solo dal blog

Ho la tapparella giù, ma mi sembra che il cielo sia un po' grigio.

Eh già, è più di un mese che non scrivo su questo blog. E il bello è che poco prima di interrompere le comunicazioni mi ero impegnato a garantire tre post alla settimana. Delle cose da scrivere effittivamente ci sarebbero, ma non ho testa di scriverle. Il fatto è che ultimamente ho la mente troppo impegnata altrove, e concentrata su scritture che mi richiedono un sacco di energie. Perciò credo che mi prenderò una vacanza da Strange Weather (beh, sì, tecnicamente me la sono già presa)... di sicuro per tutto agosto, ma più probabilmente ancora per tutto settembre. Poi magari il post ci scappa lo stesso, quindi non dimenticatevi di questo blog. E alle prime foglie ingiallite, pensate a quale sarebbe il mio commento sul tempo, e tornate qui a dare un'occhiata.

giovedì, luglio 09, 2009

due

Dov'è andata l'afa?

Oggi è il compleanno di Pietro. Ebbene sì, il nostro pupattolo compie già due anni. Mentre inizio a scrivere questo post sono le 18:25, il che significa che, esattamente due anni fa, quel cosino piccolo piccolo era praticiamente in dirittura d'arrivo (è nato alle 19:06), dopo una lunga, lunghissima giornata. In questi due anni non abbiamo fatto altro che chiederci: "come sarà quando xxx?" (sostituite "xxx" con cose tipo "camminerà", "mangerà", "avrà i denti", "parlerà", "dormirà nella sua stanza", ecc ecc). Ed eccoci arrivati. Pietro cammina, mangia per conto suo, ha un po' di denti, dorme nella sua stanza (è stata dura e faticosa ma ce l'abbiamo fatta dolcemente prendendoci i nostri tempi, in barba a Estivill e ai suoi metodi per forgiare i bambini col gognometro)... e, soprattutto, parla (anche se quasi solo a parole singole - ma ne dice proprio un sacco). Ormai è proprio un bimbo. E io ci penso, penso che ho un bimbo di due anni, e non mi sembra mica vero, mi sembra di essere capitato nella storia di qualcun altro. E invece no, eccolo lì, il mio bimbo meraviglioso, simpatico, dolcissimo, caparbio e vagamente isterico, con i suoi occhi azzurri e il suo ciuffo bianco, unico e insostituibile oggetto del 99% delle nostre azioni e del nostro affetto.
Io non mi ricordo mica più com'era prima.

lunedì, luglio 06, 2009

black riders, ovvero il bello di essere adolescenti e stare su un palco

Afa e asfalto bagnato del giorno prima.

L'estate è iniziata, e con essa fioccano le varie sagre di paese nei dintorni. Ora che Pietro è più grandicello, sarebbe un peccato non approfittare di questo periodo vivace, dopo il lungo e noioso letargo invernale. Così negli ultimi giorni abbiamo messo il becco fuori di casa un po' più spesso di quanto facciamo di solito e siamo andati qua e là, quando non avevamo voglia di stare in casa. E come spesso capita nelle sagre di paese, abbiamo visto qualche concerto di gruppetti locali, spesso composti da liceali o poco più (come età, intendo).
A questo punto entra in scena la nostalgia, e mi viene da ripensare ai Black Riders (nome un po' tamarro, è vero, ma ispirato pur sempre a un album di Tom Waits), il gruppo che fondammo io e due miei compagni di classe tra il terzo e il quarto anno di liceo (ovvero tra il 1995 e il 1996, se la memoria non mi inganna). Io cantavo, Cubo suonava il basso, Mais la tastiera. La formazione si completò poi con Stefano e Diego alle chitarre, e Camma alla batteria. Ho un ricordo piuttosto vivido soprattutto delle prime maldestre prove nella sala-prove di Canale, situata nelle ex-scuole vecchie di Canale. Ricordo qualche ceres rossa così per sciogliersi, i fogli con i testi sparpagliati nel mio solito zaino, una valanga di sogni e ambizioni.
A pensarci ora, era evidente che non fossimo fatti per durare. Avevamo gusti musicali abbastanza diversi e diversi modi di intendere lo stile del gruppo, per cui si andò lentamente ma inevitabilmente incontro alla formazione di correnti interne che minarono un po' la solidità del gruppo. Il debutto all'"Happening" del liceo fu abbastanza orrendo, anche se divertente... se ricordo bene suonammo solo tre pezzi: il classico blues Crossroads di Robert Johnson (ma credo nella versione di Eric Clapton, visto che Stefano, il chitarrista, era un claptoniano convinto), Whole lotta love dei Led Zeppelin, e infine un pezzo strumentale ripetitivo in cui addirittura mi azzardai a suonare il quartino (con che coraggio non lo so... aaah... il bello dell'adolescenza). Io probabilmente sbagliai tutti i tempi, perché mancavo e manco tuttora del benché minimo senso del ritmo, ma i concerti successivi andarono meglio. Canale, Neive e Castagnito sono quelli che mi ricordo meglio e che mi sono rimasti più impressi. Con il tempo inziavo a cantare meglio e a divertirmi sempre di più sul palco, e a mio modo davo spettacolo. Gran parte dei pezzi che suonavamo erano degli stra-stra-stra-classici... Cocaine, Comfortably numb, Smoke on the water, Have you ever seen the rain. Personalmente, però, l'idea di cantare dei pezzi che suonavano già altri diecimila gruppi non mi andava molto. Allora io amavo Nick Cave, Tom Waits, P.J. Harvey... cose non proprio di nicchia, però già un po' meno classiche, per una cover band. In realtà amavo molte cose in quel periodo... dalla world music di Peter Gabriel alla scena alternativa italiana, che proprio in quegli anni conobbe una breve stagione fiorente, per quanto, in alcuni casi, un po' sopravvalutata (da me per primo). Insomma, io conoscevo due o tre cose e già mi credevo un esperto di musica, e questa mia ingenua presunzione suscitava in me ambizioni che stridevano, tanto per fare un esempio, con quelle di Stefano, che invece era il tipico chitarrista blues-rock, bravissimo ma un po' fissato sui suoi generi (e sui suoi assoli). Col senno di poi, potevamo prendercela più rilassatamente e goderci più a lungo possibile la fantastica ebrezza di salire sul palco, invece di finire come una brutta copia dei Commitments. Facemmo in tempo a scrivere una canzone nostra (con un mio orripilante testo simil-maudit), prima di naufragare definitivamente sulla soglia dei diciott'anni.
Oggi, a trentun anni, guardo questi gruppetti così simili a noi e mi chiedo quanto dureranno, prima di montarsi la testa ed essere smembrati da divergenze di gusti, incomprensioni, presunzioni, impegni, mancanza di tempo e di voglia. Però mentre sono lì sul palco li invidio un po'.
Per quanto fossimo ridicoli, gasati, ingenui e cronicamente adolescenti, lo rifarei in ogni mia vita successiva.

giovedì, luglio 02, 2009

tutta colpa di berlusconi e del papa

Proprio un signor temporale, quello di ieri...

Torno dal mare e trovo le mie patate (le piante, intendo) invase dalle dorifere.
Quegli stupidi insetti col pigiama non hanno alcun ritegno. Stanno sempre lì a imboscarsi tra le foglie, dico io. E poi credevo che l'accoppiamento si limitasse a un determinato periodo, e già cantavo vittoria, dopo aver fatto manualmente strage delle loro uova, qualche tempo fa.
E invece no... ogni volta che vado nell'orto, ne trovo qualcuna in atteggiamenti intimi ("rapporti piccanti", direbbe Berlusconi - ecco come si riflette il suo cattivo esempio sulla società, tra l'altro... maledetto).
Io non è che voglia fare il moralista... ma cavoli, usate almeno delle precauzioni, invece di continuare a sfornare una dietro l'altra quelle orrende e voraci larve-rosa salmone!
Ah beh, tanto c'è il sottoscritto che le mantiene, direte voi...

martedì, giugno 30, 2009

elegante sepolcro

Si preannuncia un'altra giornata afosa.

Di già che eravamo al mare, abbiamo fatto un salto a Genova. E di già che eravamo a Genova, abbiamo fatto un salto alla mostra su De André.
Qualcuno me ne aveva parlato bene, qualcuno male. Dipende se uno ci trova quel che ci voleva trovare, oppure no... e io francamente non sapevo bene cos'è che cercavo. Col senno di poi però ho capito cosa avrei voluto da una mostra sul mio cantautore preferito di sempre... e direi che non l'ho trovato.
Andiamo per esclusione. I cimeli non mi interessano un granché. Ok che adoro Faber, ma vedere la sua giacca o la sua chitarra mi lascia abbastanza freddo. Per quanto riguarda gli appunti, le pagelle, le lettere di Natale di quand'era bambino... sì, possono stuzzicare una certa curiosità feticista... però, alla fine della fiera, sono cose che può essere carino serbare in un libro, ma chi ha voglia di mettersi lì a spulciarle in piedi nella penombra della sala? Io no... quindi niente. I video dei tarocchi erano piuttosto kitsch, e il giochino multimediale una menata. Poi c'era la storia dei vinili che mettevi su un tavolo e ti comparivano i commenti video di chi ci aveva lavorato, ecc... questo era già molto più interessante, e si avvicinava a quel che cercavo io in questa mostra, però uno non è che può mettersi a fare avanti e indietro attorno a un tavolo e guardarseli tutti (oltretutto l'audio era un po' confuso), mentre gli altri dietro ti mettono il fiato sul collo. Idem per la storia delle foto trasparenti. Resta infine il video con le interviste e gli speciali TV... ne abbiamo visto un bel pezzo, approfittando del fatto che Pietro dormiva nel suo passeggino, al fresco in un angolo della sala proiezioni, tranquillo e beato. Questa era di gran lunga la cosa più interessante, anche se credo la si possa trovare anche in un DVD che ho adocchiato nel negozietto all'inizio della mostra.
In conclusione, a me interessavano più che altro le testimonianze, i resoconti dello stesso Fabrizio e di chi altro c'era, di chi ha partecipato alla genesi degli album, di chi ha ispirato le canzoni. Tutte cose che forse è meglio cercare nei libri, nei video, e negli stessi CD, e non in una mostra un po' fighetta.
Di sicuro ho visto più De André camminando per le viuzze forse un po' laide ma piene di vita che da Piazza Principe scendono al porto vecchio, che non in quell'elegante e freddo sepolcro.

sabato, giugno 27, 2009

supplizio

Sporadici tuoni, sporadiche cannonate.

L'altro ieri sono andato a farmi togliere il neo di cui avevo già parlato qualche tempo fa. L'operazione in sé è stata breve e indolore, ma purtroppo ho dovuto aspettare tre ore sul pianerottolo dell'ospedale perché nel primo pomeriggio c'era stata una lunga operazione urgente che aveva fatto slittare tutte le altre. Ho maledetto me stesso per non essermi portato qualcosa da leggere, ma fortunatamente avevo dietro l'iPod. Ciò non mi ha tuttavia risparmiato completamente dal supplizio delle stronzate e dei luoghi comuni sparati dagli altri pazienti innervositi dall'attesa. Eccone un piccolissimo campionario:

"Eh, ma qui mica siamo in America!"

"Ah, ma se gli mandassimo Striscia, vedi che casino che fanno qui dentro!"

"È tutto in mano agli ebrei".

Fortunatamente, il tizio che ha imprecato tra i denti contro l'infermiera invitandola a darsi una mossa è passato prima di me. L'idea che mettesse fretta al medico mentre ero sotto i ferri non mi garbava un granché.

giovedì, giugno 25, 2009

genio

Più afa rispetto al mare.

L'altra sera ho finito di leggere Delitto e castigo. Romanzo straordinariamente bello, e non c'è certo bisogno che arrivi io da Canale, a dirlo. Francamente non pensavo che mi rapisse così tanto, ma soprattutto non mi aspettavo di trovarvi un intermezzo comico-surreale, per quanto il suo artefice non sia certo Dostoevskij.

Mi spiego:
Arrivato a pagina 634 dell'edizione uscita con Repubblica qualche anno fa, il celebre romanziere russo scrive:

Svidrigàjlov la conosceva, quella bambina; quella bara non aveva né un'immagine, né candele accese e non si sentivano preghiere. Quella bambina era una suicida, un'annegata.

Di per sé, fa tutto meno che ridere. Però la frase termina con una nota, in particolare la nota n.43.
Io non è che di solito mi metta a leggere tutte le note in un romanzo, però questa era a piè di pagina, quindi saltava abbastanza all'occhio per la sua brevità e perché in essa c'era evidentemente qualcosa che non andava.
La nota diceva:

oioioiioioioioi?????????????

Ora, io non so chi sia il genio che ce l'ha messa, ma vorrei tanto conoscerlo e stringergli la mano.

venerdì, giugno 19, 2009

ken tanaka loves you

Post programmato... dite voi che tempo fa!

Qualche tempo fa, sono capitato per caso nei video che vedete qui sotto. Li ho guardati e mi hanno fatto ridere. Francamente non so se possano avere lo stesso effetto su qualcuno che non ha studiato giapponese, non è stato in Giappone o non conosce dei giapponesi. E mi chiedo inoltre se un giapponese li trovi simpatici o invece si possa offendere. Cercando su Youtube, ho visto che c'erano un sacco di video dello stesso tizio, tale Ken Tanaka... una specie di incarnazione di un personaggio di Andy Kaufman. Ne ho guardato qualcuno... alcuni erano interessanti, spesso divertenti. Nel primo video, Ken Tanaka racconta la sua storia, e ci dice che è di origini americane ma è stato adottato da piccolo da una coppia giapponese, per cui è un giapponese a tutti gli effetti, tranne che per l'aspetto. L'obiettivo dei suoi video, che si svolgono tra America e Giappone, sarebbe proprio la ricerca dei suoi veri genitori. Io, che sono notoriamente un boccalone, ovviamente in un primo tempo ci ho creduto nononstante l'assurdità delle premesse (anzi, forse proprio perché era fin troppo assurdo per essere falso), e romanticamente mi sono lasciato coinvolgere dalla storia. Del resto, il finto accento con cui Ken parla inglese è davvero molto molto simile a quello di un giapponese medio che parli inglese. Alla fine però ho scoperto la sua vera identità... si tratta di tale David Ury, un americano che si è trasferito in Giappone, dove ha anche lavorato nel mondo della televisione. Una volta rotto l'incantesimo, devo dire che il mio interesse è scemato, per quanto questa surreale operazione sia tutto sommato piuttosto divertente, pur trattandosi soltanto di una presa in giro con alcuni debiti verso Kaufman.

Ad ogni modo, ecco il suo video di risposta per tutti quelli che sostengono che Ken Tanaka sia in realtà David Ury. :)



lunedì, giugno 15, 2009

hikaru

Post programmato... ditemi voi che tempo fa.

In ormai quasi tre anni di blog, ho scritto pochissimo a proposito del mio lavoro. Francamente nemmeno a voce ne parlo più di tanto, perché non so a quanti conoscenti e amici possa interessare (salvo gli appassionati di manga, ovviamente... e in definitiva non ne conosco poi molti). Per questa volta, però, farò uno strappo alla regola.
La settimana scorsa ho terminato una serie che avevo iniziato circa quattro anni fa, forse la serie a cui mi sono maggiormente affezionato nel corso degli anni. Non saprei dire se è il manga migliore che io abbia mai tradotto, ma di certo fa parte della rosa dei miei cinque preferiti ed è quello su cui è stato più bello lavorare.
Il nome di questo manga è Hikaru no go. L'autrice dei testi è Yumi Hotta, mentre i disegni sono di Takeshi Obata (famoso per aver disegnato l'assai più celebre Death Note).
Hikaru no go (letteralmente "Il go di Hikaru") è uno shonen manga tutto incentrato sul go, un antico gioco da tavolo, ed è sostanzialmente una storia di formazione che si svolge nell'arco di ventitré volumi, nel corso dei quali il protagonista cresce poco alla volta (all'inizio della storia frequenta la sesta elementare, mentre alla fine ha ormai quindici anni) e matura di conseguenza, esperienza dopo esperienza. Hikaru, questo è il suo nome, è un ragazzino vispo, impulsivo, non troppo studioso e senza peli sulla lingua... ovvero, almeno in apparenza, quanto di più lontano dal mondo del go, un gioco che necessita concentrazione, riflessione e dedizione. L'incontro tra due universi così distanti avviene grazie a Sai, lo spirito di un maestro di go dell'epoca Heian precedentemente incarnatosi in Shusaku Honinbo, giocatore realmente esistito vissuto in epoca Tokugawa. Dopo aver vissuto per oltre cento anni in un goban (la tavola su cui si gioca a go) che Hikaru trova nella soffitta di suo nonno, Sai si risveglia impossessandosi del ragazzo.
Le premesse forse non invogliano alla lettura: un gioco ai più sconosciuto e incomprensibile, un ragazzino per protagonista come in una valanga di altri manga giapponesi, un meccanismo, quello dell'apparizione del fantasma, all'apparenza un po' forzato.
E invece questo fumetto riserva delle sorprese.
Perché Hikaru no go è un manga bellissimo, capace di andare molto più in profondità di quanto si possa intravedere in superficie. Ciò è merito soprattutto delle capacità di scrittura dell'autrice, che riesce a tratteggiare con grazia unica i personaggi modellandoli poco a poco attraverso l'intreccio, il tutto con sublime scorrevolezza (e vi assicuro che per un traduttore è un'autentica gioia). Hotta mescola con maestria la vibrante tensione delle partite all'umorismo dei siparietti che si aprono tra Hikaru e Sai, entrambi personaggi adorabili ai quali ci si affeziona presto. Ma è soprattutto la capacità d'introspezione dell'autrice a fare la bellezza di questo manga, la sua abilità nel dirci cose sui personaggi, anche su personaggi minori o di contorno, senza dircelo o mostrarcelo. In particolare ho amato il modo in cui sono espressi i sentimenti delle persone che circondano Hikaru: quelli della madre, incredula della crescente passione del figlio per un gioco che lei non capisce, e poco considerata dal figlio, tutto preso dalla sua passione e ritratto in un periodo della vita, l'adolescenza, in cui lo spazio dedicato alle madri si riduce bruscamente; quelli di Akari, la compagna di classe e amica d'infanzia che evidentemente prova un sentimento per Hikaru che questi non riesce a vedere e comprendere, anche se tutto ciò non ci viene mai descritto, mostrato, espresso esplicitamente; quelli di tutti gli amici e compagni di gioco che Hikaru si lascia dietro, man mano che la sua abilità cresce; quelli di Sai, il cui ardente desiderio di giocare a go viene spesso frustrato dall'egoismo di Hikaru (e solo quando tale desiderio verrà appagato, il ragazzo si renderà conto di quanto Sai sia importante per lui). La bellezza del go e le migliori qualità del protagonista ci vengono così mostrate insieme all'altra faccia della medaglia, ovvero tutto ciò a cui si rinuncia, quando ci si dona con passione a qualcosa.
Il lettore può benissimo non capire nulla del gioco, per quanto l'intreccio si basi rigorosamente su di esso. Io stesso, dopo averne tradotto ventitré volumi, non ho ancora capito un granché del go, eppure mi sono emozionato tantissimo, leggendo e rileggendo questo manga. Il merito va anche ai disegni di Obata, che crescono in eleganza di pari passo con la crescita di Hikaru (tanto che il primo e l'ultimo numero sembrano quasi disegnati da due persone diverse). Insomma, veramente un fumetto ben fatto, capace di non scadere mai nel banale sia nello svolgimento dell'intreccio, sia nella sua raffigurazione, sia nella caratterizzazione dei personaggi, che ci appaiono perfettamente umani e plausibili. Sebbene gran parte dell'opera si basi sulla rivalità tra Hikaru e il coetaneo Akira, tale rivalità non prende mai le forme di uno scontato manicheismo, ma si trasforma con naturalezza in rispettosa amicizia col passare del tempo, com'è ovvio che sia per due ragazzi che si conoscono da anni e condividono una passione. Non è quindi una rivalità destinata ad approdare a un risultato, ma a creare un rapporto dinamico e duraturo che non si limita a trovare una soluzione nell'esito di una partita o di un torneo.
Insomma, più che un manga su un gioco da tavolo è un manga sulle persone, sulla vita, sulle relazioni, sulle scelte, sulla crescita. E di tutti questi aspetti, Hikaru no go riesce a cogliere un'universalità che lo fa andare molto oltre i cliché del manga per ragazzi.
Ve lo consiglio di cuore.

venerdì, giugno 12, 2009

you're the measure of my dreams

Lo stesso caldo di cinque anni fa.

Cinque anni fa, a quest'ora, mi stavo preparando per il mio matrimonio. Non ricordo un granché di quel che feci prima che i miei mi portassero a Mombirone. Poi lì tanti amici, tante persone a cui volevo e voglio bene. Silvia che arriva bellissima nella sua semplicità, com'è sempre piaciuta a me. L'ingresso in chiesa sotto le note di Love me do (thanks Gemme & C.). Quel caldo mostruoso. Il mio completo gessato marrone che ho voluto così perché mi ricordava Robert Redford ne La stangata. Almeno, io me lo ricordavo così. Da piccolo l'avevo visto tante volte, ma non so se davvero portasse quel completo. Poi duecento ore sul piazzale rovente di Mombirone, a posare per ogni singolo invitato, perché non avevamo chiamato nessun fotografo ufficiale, né volevamo registi di matrimoni. I girasoli. Le bomboniere, che avevamo disegnato a mano una diversa dall'altra, nei (pochi) ritagli di tempo. E la festa, che bella la festa. Il mega-pacco ikea dei miei ex-compagni di classe. Ivan già ubriaco agli antipasti che camminava sul tavolo. Io che squarcio la torta in due come un samurai, senza sapere che il taglio della torta in realtà non si fa, che è solo una finta per la foto. Vaga che si prende una sberla da Zia Enza. Rambo in vestimenta che si addormenta sul cartone come un barbone. I Mishkalé. E poi la festa all'Ozio fino alle otto di mattina con gli ultimi amici. Le foto come i quadri. La caipirinha alla fragola con cui sempre Rambo s'era scritto LOVE sulla canotta. Poi il mattino che sorge, la sensazione strana di dormire per la prima volta in Piazza Marconi.
Sembrano passati centomila anni. Avevamo ventisei e ventiquattro anni, ma a riguardarci ora sembravamo dei ragazzini. Che bello, però.
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