giovedì, luglio 09, 2009

due

Dov'è andata l'afa?

Oggi è il compleanno di Pietro. Ebbene sì, il nostro pupattolo compie già due anni. Mentre inizio a scrivere questo post sono le 18:25, il che significa che, esattamente due anni fa, quel cosino piccolo piccolo era praticiamente in dirittura d'arrivo (è nato alle 19:06), dopo una lunga, lunghissima giornata. In questi due anni non abbiamo fatto altro che chiederci: "come sarà quando xxx?" (sostituite "xxx" con cose tipo "camminerà", "mangerà", "avrà i denti", "parlerà", "dormirà nella sua stanza", ecc ecc). Ed eccoci arrivati. Pietro cammina, mangia per conto suo, ha un po' di denti, dorme nella sua stanza (è stata dura e faticosa ma ce l'abbiamo fatta dolcemente prendendoci i nostri tempi, in barba a Estivill e ai suoi metodi per forgiare i bambini col gognometro)... e, soprattutto, parla (anche se quasi solo a parole singole - ma ne dice proprio un sacco). Ormai è proprio un bimbo. E io ci penso, penso che ho un bimbo di due anni, e non mi sembra mica vero, mi sembra di essere capitato nella storia di qualcun altro. E invece no, eccolo lì, il mio bimbo meraviglioso, simpatico, dolcissimo, caparbio e vagamente isterico, con i suoi occhi azzurri e il suo ciuffo bianco, unico e insostituibile oggetto del 99% delle nostre azioni e del nostro affetto.
Io non mi ricordo mica più com'era prima.

lunedì, luglio 06, 2009

black riders, ovvero il bello di essere adolescenti e stare su un palco

Afa e asfalto bagnato del giorno prima.

L'estate è iniziata, e con essa fioccano le varie sagre di paese nei dintorni. Ora che Pietro è più grandicello, sarebbe un peccato non approfittare di questo periodo vivace, dopo il lungo e noioso letargo invernale. Così negli ultimi giorni abbiamo messo il becco fuori di casa un po' più spesso di quanto facciamo di solito e siamo andati qua e là, quando non avevamo voglia di stare in casa. E come spesso capita nelle sagre di paese, abbiamo visto qualche concerto di gruppetti locali, spesso composti da liceali o poco più (come età, intendo).
A questo punto entra in scena la nostalgia, e mi viene da ripensare ai Black Riders (nome un po' tamarro, è vero, ma ispirato pur sempre a un album di Tom Waits), il gruppo che fondammo io e due miei compagni di classe tra il terzo e il quarto anno di liceo (ovvero tra il 1995 e il 1996, se la memoria non mi inganna). Io cantavo, Cubo suonava il basso, Mais la tastiera. La formazione si completò poi con Stefano e Diego alle chitarre, e Camma alla batteria. Ho un ricordo piuttosto vivido soprattutto delle prime maldestre prove nella sala-prove di Canale, situata nelle ex-scuole vecchie di Canale. Ricordo qualche ceres rossa così per sciogliersi, i fogli con i testi sparpagliati nel mio solito zaino, una valanga di sogni e ambizioni.
A pensarci ora, era evidente che non fossimo fatti per durare. Avevamo gusti musicali abbastanza diversi e diversi modi di intendere lo stile del gruppo, per cui si andò lentamente ma inevitabilmente incontro alla formazione di correnti interne che minarono un po' la solidità del gruppo. Il debutto all'"Happening" del liceo fu abbastanza orrendo, anche se divertente... se ricordo bene suonammo solo tre pezzi: il classico blues Crossroads di Robert Johnson (ma credo nella versione di Eric Clapton, visto che Stefano, il chitarrista, era un claptoniano convinto), Whole lotta love dei Led Zeppelin, e infine un pezzo strumentale ripetitivo in cui addirittura mi azzardai a suonare il quartino (con che coraggio non lo so... aaah... il bello dell'adolescenza). Io probabilmente sbagliai tutti i tempi, perché mancavo e manco tuttora del benché minimo senso del ritmo, ma i concerti successivi andarono meglio. Canale, Neive e Castagnito sono quelli che mi ricordo meglio e che mi sono rimasti più impressi. Con il tempo inziavo a cantare meglio e a divertirmi sempre di più sul palco, e a mio modo davo spettacolo. Gran parte dei pezzi che suonavamo erano degli stra-stra-stra-classici... Cocaine, Comfortably numb, Smoke on the water, Have you ever seen the rain. Personalmente, però, l'idea di cantare dei pezzi che suonavano già altri diecimila gruppi non mi andava molto. Allora io amavo Nick Cave, Tom Waits, P.J. Harvey... cose non proprio di nicchia, però già un po' meno classiche, per una cover band. In realtà amavo molte cose in quel periodo... dalla world music di Peter Gabriel alla scena alternativa italiana, che proprio in quegli anni conobbe una breve stagione fiorente, per quanto, in alcuni casi, un po' sopravvalutata (da me per primo). Insomma, io conoscevo due o tre cose e già mi credevo un esperto di musica, e questa mia ingenua presunzione suscitava in me ambizioni che stridevano, tanto per fare un esempio, con quelle di Stefano, che invece era il tipico chitarrista blues-rock, bravissimo ma un po' fissato sui suoi generi (e sui suoi assoli). Col senno di poi, potevamo prendercela più rilassatamente e goderci più a lungo possibile la fantastica ebrezza di salire sul palco, invece di finire come una brutta copia dei Commitments. Facemmo in tempo a scrivere una canzone nostra (con un mio orripilante testo simil-maudit), prima di naufragare definitivamente sulla soglia dei diciott'anni.
Oggi, a trentun anni, guardo questi gruppetti così simili a noi e mi chiedo quanto dureranno, prima di montarsi la testa ed essere smembrati da divergenze di gusti, incomprensioni, presunzioni, impegni, mancanza di tempo e di voglia. Però mentre sono lì sul palco li invidio un po'.
Per quanto fossimo ridicoli, gasati, ingenui e cronicamente adolescenti, lo rifarei in ogni mia vita successiva.

giovedì, luglio 02, 2009

tutta colpa di berlusconi e del papa

Proprio un signor temporale, quello di ieri...

Torno dal mare e trovo le mie patate (le piante, intendo) invase dalle dorifere.
Quegli stupidi insetti col pigiama non hanno alcun ritegno. Stanno sempre lì a imboscarsi tra le foglie, dico io. E poi credevo che l'accoppiamento si limitasse a un determinato periodo, e già cantavo vittoria, dopo aver fatto manualmente strage delle loro uova, qualche tempo fa.
E invece no... ogni volta che vado nell'orto, ne trovo qualcuna in atteggiamenti intimi ("rapporti piccanti", direbbe Berlusconi - ecco come si riflette il suo cattivo esempio sulla società, tra l'altro... maledetto).
Io non è che voglia fare il moralista... ma cavoli, usate almeno delle precauzioni, invece di continuare a sfornare una dietro l'altra quelle orrende e voraci larve-rosa salmone!
Ah beh, tanto c'è il sottoscritto che le mantiene, direte voi...

martedì, giugno 30, 2009

elegante sepolcro

Si preannuncia un'altra giornata afosa.

Di già che eravamo al mare, abbiamo fatto un salto a Genova. E di già che eravamo a Genova, abbiamo fatto un salto alla mostra su De André.
Qualcuno me ne aveva parlato bene, qualcuno male. Dipende se uno ci trova quel che ci voleva trovare, oppure no... e io francamente non sapevo bene cos'è che cercavo. Col senno di poi però ho capito cosa avrei voluto da una mostra sul mio cantautore preferito di sempre... e direi che non l'ho trovato.
Andiamo per esclusione. I cimeli non mi interessano un granché. Ok che adoro Faber, ma vedere la sua giacca o la sua chitarra mi lascia abbastanza freddo. Per quanto riguarda gli appunti, le pagelle, le lettere di Natale di quand'era bambino... sì, possono stuzzicare una certa curiosità feticista... però, alla fine della fiera, sono cose che può essere carino serbare in un libro, ma chi ha voglia di mettersi lì a spulciarle in piedi nella penombra della sala? Io no... quindi niente. I video dei tarocchi erano piuttosto kitsch, e il giochino multimediale una menata. Poi c'era la storia dei vinili che mettevi su un tavolo e ti comparivano i commenti video di chi ci aveva lavorato, ecc... questo era già molto più interessante, e si avvicinava a quel che cercavo io in questa mostra, però uno non è che può mettersi a fare avanti e indietro attorno a un tavolo e guardarseli tutti (oltretutto l'audio era un po' confuso), mentre gli altri dietro ti mettono il fiato sul collo. Idem per la storia delle foto trasparenti. Resta infine il video con le interviste e gli speciali TV... ne abbiamo visto un bel pezzo, approfittando del fatto che Pietro dormiva nel suo passeggino, al fresco in un angolo della sala proiezioni, tranquillo e beato. Questa era di gran lunga la cosa più interessante, anche se credo la si possa trovare anche in un DVD che ho adocchiato nel negozietto all'inizio della mostra.
In conclusione, a me interessavano più che altro le testimonianze, i resoconti dello stesso Fabrizio e di chi altro c'era, di chi ha partecipato alla genesi degli album, di chi ha ispirato le canzoni. Tutte cose che forse è meglio cercare nei libri, nei video, e negli stessi CD, e non in una mostra un po' fighetta.
Di sicuro ho visto più De André camminando per le viuzze forse un po' laide ma piene di vita che da Piazza Principe scendono al porto vecchio, che non in quell'elegante e freddo sepolcro.

sabato, giugno 27, 2009

supplizio

Sporadici tuoni, sporadiche cannonate.

L'altro ieri sono andato a farmi togliere il neo di cui avevo già parlato qualche tempo fa. L'operazione in sé è stata breve e indolore, ma purtroppo ho dovuto aspettare tre ore sul pianerottolo dell'ospedale perché nel primo pomeriggio c'era stata una lunga operazione urgente che aveva fatto slittare tutte le altre. Ho maledetto me stesso per non essermi portato qualcosa da leggere, ma fortunatamente avevo dietro l'iPod. Ciò non mi ha tuttavia risparmiato completamente dal supplizio delle stronzate e dei luoghi comuni sparati dagli altri pazienti innervositi dall'attesa. Eccone un piccolissimo campionario:

"Eh, ma qui mica siamo in America!"

"Ah, ma se gli mandassimo Striscia, vedi che casino che fanno qui dentro!"

"È tutto in mano agli ebrei".

Fortunatamente, il tizio che ha imprecato tra i denti contro l'infermiera invitandola a darsi una mossa è passato prima di me. L'idea che mettesse fretta al medico mentre ero sotto i ferri non mi garbava un granché.

giovedì, giugno 25, 2009

genio

Più afa rispetto al mare.

L'altra sera ho finito di leggere Delitto e castigo. Romanzo straordinariamente bello, e non c'è certo bisogno che arrivi io da Canale, a dirlo. Francamente non pensavo che mi rapisse così tanto, ma soprattutto non mi aspettavo di trovarvi un intermezzo comico-surreale, per quanto il suo artefice non sia certo Dostoevskij.

Mi spiego:
Arrivato a pagina 634 dell'edizione uscita con Repubblica qualche anno fa, il celebre romanziere russo scrive:

Svidrigàjlov la conosceva, quella bambina; quella bara non aveva né un'immagine, né candele accese e non si sentivano preghiere. Quella bambina era una suicida, un'annegata.

Di per sé, fa tutto meno che ridere. Però la frase termina con una nota, in particolare la nota n.43.
Io non è che di solito mi metta a leggere tutte le note in un romanzo, però questa era a piè di pagina, quindi saltava abbastanza all'occhio per la sua brevità e perché in essa c'era evidentemente qualcosa che non andava.
La nota diceva:

oioioiioioioioi?????????????

Ora, io non so chi sia il genio che ce l'ha messa, ma vorrei tanto conoscerlo e stringergli la mano.

venerdì, giugno 19, 2009

ken tanaka loves you

Post programmato... dite voi che tempo fa!

Qualche tempo fa, sono capitato per caso nei video che vedete qui sotto. Li ho guardati e mi hanno fatto ridere. Francamente non so se possano avere lo stesso effetto su qualcuno che non ha studiato giapponese, non è stato in Giappone o non conosce dei giapponesi. E mi chiedo inoltre se un giapponese li trovi simpatici o invece si possa offendere. Cercando su Youtube, ho visto che c'erano un sacco di video dello stesso tizio, tale Ken Tanaka... una specie di incarnazione di un personaggio di Andy Kaufman. Ne ho guardato qualcuno... alcuni erano interessanti, spesso divertenti. Nel primo video, Ken Tanaka racconta la sua storia, e ci dice che è di origini americane ma è stato adottato da piccolo da una coppia giapponese, per cui è un giapponese a tutti gli effetti, tranne che per l'aspetto. L'obiettivo dei suoi video, che si svolgono tra America e Giappone, sarebbe proprio la ricerca dei suoi veri genitori. Io, che sono notoriamente un boccalone, ovviamente in un primo tempo ci ho creduto nononstante l'assurdità delle premesse (anzi, forse proprio perché era fin troppo assurdo per essere falso), e romanticamente mi sono lasciato coinvolgere dalla storia. Del resto, il finto accento con cui Ken parla inglese è davvero molto molto simile a quello di un giapponese medio che parli inglese. Alla fine però ho scoperto la sua vera identità... si tratta di tale David Ury, un americano che si è trasferito in Giappone, dove ha anche lavorato nel mondo della televisione. Una volta rotto l'incantesimo, devo dire che il mio interesse è scemato, per quanto questa surreale operazione sia tutto sommato piuttosto divertente, pur trattandosi soltanto di una presa in giro con alcuni debiti verso Kaufman.

Ad ogni modo, ecco il suo video di risposta per tutti quelli che sostengono che Ken Tanaka sia in realtà David Ury. :)



lunedì, giugno 15, 2009

hikaru

Post programmato... ditemi voi che tempo fa.

In ormai quasi tre anni di blog, ho scritto pochissimo a proposito del mio lavoro. Francamente nemmeno a voce ne parlo più di tanto, perché non so a quanti conoscenti e amici possa interessare (salvo gli appassionati di manga, ovviamente... e in definitiva non ne conosco poi molti). Per questa volta, però, farò uno strappo alla regola.
La settimana scorsa ho terminato una serie che avevo iniziato circa quattro anni fa, forse la serie a cui mi sono maggiormente affezionato nel corso degli anni. Non saprei dire se è il manga migliore che io abbia mai tradotto, ma di certo fa parte della rosa dei miei cinque preferiti ed è quello su cui è stato più bello lavorare.
Il nome di questo manga è Hikaru no go. L'autrice dei testi è Yumi Hotta, mentre i disegni sono di Takeshi Obata (famoso per aver disegnato l'assai più celebre Death Note).
Hikaru no go (letteralmente "Il go di Hikaru") è uno shonen manga tutto incentrato sul go, un antico gioco da tavolo, ed è sostanzialmente una storia di formazione che si svolge nell'arco di ventitré volumi, nel corso dei quali il protagonista cresce poco alla volta (all'inizio della storia frequenta la sesta elementare, mentre alla fine ha ormai quindici anni) e matura di conseguenza, esperienza dopo esperienza. Hikaru, questo è il suo nome, è un ragazzino vispo, impulsivo, non troppo studioso e senza peli sulla lingua... ovvero, almeno in apparenza, quanto di più lontano dal mondo del go, un gioco che necessita concentrazione, riflessione e dedizione. L'incontro tra due universi così distanti avviene grazie a Sai, lo spirito di un maestro di go dell'epoca Heian precedentemente incarnatosi in Shusaku Honinbo, giocatore realmente esistito vissuto in epoca Tokugawa. Dopo aver vissuto per oltre cento anni in un goban (la tavola su cui si gioca a go) che Hikaru trova nella soffitta di suo nonno, Sai si risveglia impossessandosi del ragazzo.
Le premesse forse non invogliano alla lettura: un gioco ai più sconosciuto e incomprensibile, un ragazzino per protagonista come in una valanga di altri manga giapponesi, un meccanismo, quello dell'apparizione del fantasma, all'apparenza un po' forzato.
E invece questo fumetto riserva delle sorprese.
Perché Hikaru no go è un manga bellissimo, capace di andare molto più in profondità di quanto si possa intravedere in superficie. Ciò è merito soprattutto delle capacità di scrittura dell'autrice, che riesce a tratteggiare con grazia unica i personaggi modellandoli poco a poco attraverso l'intreccio, il tutto con sublime scorrevolezza (e vi assicuro che per un traduttore è un'autentica gioia). Hotta mescola con maestria la vibrante tensione delle partite all'umorismo dei siparietti che si aprono tra Hikaru e Sai, entrambi personaggi adorabili ai quali ci si affeziona presto. Ma è soprattutto la capacità d'introspezione dell'autrice a fare la bellezza di questo manga, la sua abilità nel dirci cose sui personaggi, anche su personaggi minori o di contorno, senza dircelo o mostrarcelo. In particolare ho amato il modo in cui sono espressi i sentimenti delle persone che circondano Hikaru: quelli della madre, incredula della crescente passione del figlio per un gioco che lei non capisce, e poco considerata dal figlio, tutto preso dalla sua passione e ritratto in un periodo della vita, l'adolescenza, in cui lo spazio dedicato alle madri si riduce bruscamente; quelli di Akari, la compagna di classe e amica d'infanzia che evidentemente prova un sentimento per Hikaru che questi non riesce a vedere e comprendere, anche se tutto ciò non ci viene mai descritto, mostrato, espresso esplicitamente; quelli di tutti gli amici e compagni di gioco che Hikaru si lascia dietro, man mano che la sua abilità cresce; quelli di Sai, il cui ardente desiderio di giocare a go viene spesso frustrato dall'egoismo di Hikaru (e solo quando tale desiderio verrà appagato, il ragazzo si renderà conto di quanto Sai sia importante per lui). La bellezza del go e le migliori qualità del protagonista ci vengono così mostrate insieme all'altra faccia della medaglia, ovvero tutto ciò a cui si rinuncia, quando ci si dona con passione a qualcosa.
Il lettore può benissimo non capire nulla del gioco, per quanto l'intreccio si basi rigorosamente su di esso. Io stesso, dopo averne tradotto ventitré volumi, non ho ancora capito un granché del go, eppure mi sono emozionato tantissimo, leggendo e rileggendo questo manga. Il merito va anche ai disegni di Obata, che crescono in eleganza di pari passo con la crescita di Hikaru (tanto che il primo e l'ultimo numero sembrano quasi disegnati da due persone diverse). Insomma, veramente un fumetto ben fatto, capace di non scadere mai nel banale sia nello svolgimento dell'intreccio, sia nella sua raffigurazione, sia nella caratterizzazione dei personaggi, che ci appaiono perfettamente umani e plausibili. Sebbene gran parte dell'opera si basi sulla rivalità tra Hikaru e il coetaneo Akira, tale rivalità non prende mai le forme di uno scontato manicheismo, ma si trasforma con naturalezza in rispettosa amicizia col passare del tempo, com'è ovvio che sia per due ragazzi che si conoscono da anni e condividono una passione. Non è quindi una rivalità destinata ad approdare a un risultato, ma a creare un rapporto dinamico e duraturo che non si limita a trovare una soluzione nell'esito di una partita o di un torneo.
Insomma, più che un manga su un gioco da tavolo è un manga sulle persone, sulla vita, sulle relazioni, sulle scelte, sulla crescita. E di tutti questi aspetti, Hikaru no go riesce a cogliere un'universalità che lo fa andare molto oltre i cliché del manga per ragazzi.
Ve lo consiglio di cuore.

venerdì, giugno 12, 2009

you're the measure of my dreams

Lo stesso caldo di cinque anni fa.

Cinque anni fa, a quest'ora, mi stavo preparando per il mio matrimonio. Non ricordo un granché di quel che feci prima che i miei mi portassero a Mombirone. Poi lì tanti amici, tante persone a cui volevo e voglio bene. Silvia che arriva bellissima nella sua semplicità, com'è sempre piaciuta a me. L'ingresso in chiesa sotto le note di Love me do (thanks Gemme & C.). Quel caldo mostruoso. Il mio completo gessato marrone che ho voluto così perché mi ricordava Robert Redford ne La stangata. Almeno, io me lo ricordavo così. Da piccolo l'avevo visto tante volte, ma non so se davvero portasse quel completo. Poi duecento ore sul piazzale rovente di Mombirone, a posare per ogni singolo invitato, perché non avevamo chiamato nessun fotografo ufficiale, né volevamo registi di matrimoni. I girasoli. Le bomboniere, che avevamo disegnato a mano una diversa dall'altra, nei (pochi) ritagli di tempo. E la festa, che bella la festa. Il mega-pacco ikea dei miei ex-compagni di classe. Ivan già ubriaco agli antipasti che camminava sul tavolo. Io che squarcio la torta in due come un samurai, senza sapere che il taglio della torta in realtà non si fa, che è solo una finta per la foto. Vaga che si prende una sberla da Zia Enza. Rambo in vestimenta che si addormenta sul cartone come un barbone. I Mishkalé. E poi la festa all'Ozio fino alle otto di mattina con gli ultimi amici. Le foto come i quadri. La caipirinha alla fragola con cui sempre Rambo s'era scritto LOVE sulla canotta. Poi il mattino che sorge, la sensazione strana di dormire per la prima volta in Piazza Marconi.
Sembrano passati centomila anni. Avevamo ventisei e ventiquattro anni, ma a riguardarci ora sembravamo dei ragazzini. Che bello, però.

lunedì, giugno 01, 2009

il crepuscolo degli edifici scolastici

Siamo tornati un po' indietro.

Ieri sera mi è venuta in mente un cosa.
Io ho frequentato l'asilo dalle suore, anche perché credo che al tempo non ci fosse lo statale, a Canale. L'asilo si trovava nel vecchio palazzo che ora ospita la prestigiosa Enoteca del Roero, e pochi anni più tardi fu spostato in un edificio dall'aspetto assai più moderno.
Per quanto riguarda le scuole medie, non le ho fatte nell'edificio principale in cui avevo già frequentato le elementari, e in cui si trovavano le sezioni A e B (e forse parte della C). No, io andavo alle cosiddette "scuole vecchie", un palazzo molto più vissuto adiacente al Comune. Poco tempo dopo, o forse proprio l'anno in cui passai alle superiori, anche la mia sezione, la D, fu spostata nelle "scuole nuove", e il vecchio edificio ha poi assunto nel tempo funzioni assai diverse (ora ci torno quando si vota, in quanto il mio seggio si trova proprio nella classe in cui frequentai la terza).
Poi ho pensato che anche al Liceo ho vissuto una situazione simile. Ho frequentato la prima, la terza e la quarta in Località Serre, un edificio un po' decrepito ma magnificamente immerso nel verde. Poi la seconda in un (credo) ex-carcere di Alba, all'inizio di C.so Piave. Infine, la quinta l'ho fatta in centro, perché ci siamo scambiati la sede con l'Artistico. Ora l'edificio di Località Serre è stato abbattuto, credo, o comunque è abbandonato e fatiscente (siamo andati a fare una capatina un paio d'anni fa con qualche ex compagno di classe, in occasione del matrimonio di Rambo... e ci è parso tetro e desolante). L'ex-carcere non so cosa sia ora, mentre l'istituto in centro è tornato all'Artistico.
Per finire, ho pensato che in effetti anche all'Università è andata più o meno in maniera simile. Durante i miei primi (credo) tre anni di Università, il Dipartimento di Orientalistica era situato sul retro di Palazzo Nuovo, un corridoio a cui si accedeva da una porticina circondata da perenni impalcature e lavori in corso. Il marciapiede e quel po' di aiuola che si stendevano lì davanti svolgevano contemporaneamente la funzione di cesso di tutti i cani di Torino. Nell'ultimo anno, però, pure il Dipartimento è stato spostato in un luogo migliore, e ora non so cosa ci sia in quel luogo deprimente e quasi privo di finestre.

Com'è che, elementari a parte, mi sono trovato a studiare sempre in posti la cui parabola vitale era ormai giunta al crepuscolo?
È un segnale che mi dice che sono nato in anticipo? Porto sfiga ai luoghi in cui passo? Oppure c'è dietro qualche altro significato nascosto?

venerdì, maggio 22, 2009

compro/vendo

Maggio è o non è il mese più bello dell'anno?

Questo post contiene qualche considerazione musicale e un annuncio.
Un paio di settimane fa ho comprato in edicola il singolo de Il pescatore + Una storia sbagliata, uscito insieme al DVD di uno degli ultimi concerti di De André. Pietro, che ama canzoni come Bocca di rosa, Il pescatore, Volta la carta e Geordie, ha apprezzato, e la cosa mi fa ovviamente piacere. Questa settimana, invece, ho preso l'ultima uscita della medesima serie pubblicata da Repubblica ed Espresso, ovvero il doppio cd del concerto con la PFM. Non so bene perché, ma ho sempre snobbato quel concerto, e difatti era una delle poche cose di De André che ancora mi mancavano. Sarà perché, dopo una breve fase di entusiasmo liceale per il rock progressive, la mia passione per quel genere, a cui la PFM appartiene, si è presto arenata, limitandosi giusto giusto ai primi album dei Genesis. Sarà perché sono maggiormente abituato a comprare gli album in studio, rispetto ai concerti. O sarà forse perché sono sempre stato affezionato alle versioni originali di certe canzoni di De André, vale a dire quelle contenute nei vinili di mio padre che ascoltavo da piccolo, per cui ero un po' diffidente verso certi riarrangiamenti. Ma col tempo le persone cambiano, e così come una volta il mio amore per Faber si limitava ai primi album (quelli più influenzati da Brassens, per intenderci) mentre ora è arrivato a includere il meno immediato De André delle canzoni in dialetto e quello delle collaborazioni con De Gregori, Bubola e Fossati, così l'ascolto di un autore tanto profondo riserva sempre nuove sorprese, che aspettano solo il momento giusto per essere colte. Ed ecco che, mentre mi ascoltavo il CD in auto immerso nel caldo odore del maggio, mi sono accorto che la versione live de Il giudice non è soltanto bella... è portentosa.

Ma veniamo all'annuncio... ecco, devo dire che quest'edizione dell'opera completa di De André uscita in edicola mi piace proprio... ok, non ci sono i testi (pubblicati a parte in un libro), e questo può essere una seccatura per quanto riguarda gli album cantati in dialetto, però insomma, la copertina cartonata, gli interventi pubblicati nei libretti allegati... alla fine della fiera, per me sono molto meglio dei CD originali. Quindi sto valutando se ordinare anche il resto della serie... e a questo punto mi chiedo: nell'eventualità, a qualcuno interessano i CD originali? Li vendo a metà del prezzo che li ho pagati io (o meno se trovo qualche riga, ecc...)... vale a dire intorno ai 5 euro l'uno. Gli unici che penso di tenermi sono Creuza de ma, Le nuvole e Anime salve, perché di quelli voglio avere i libretti con i testi. Se la cosa interessa a qualcuno... che si faccia avanti!

mercoledì, maggio 20, 2009

metafisica dei nei

...Ed è l'ora dei pantaloni estivi!

Qualche tempo fa sono andato dal medico perché avevo una macchia sotto la scapola. Lui mi ha detto che non era niente. Già che c'ero gli ho mostrato un neo enorme e sporgente che ho sulla schiena, una specie di piccolo tortino al cioccolato, ma non così invitante. Il medico mi ha suggerito di farlo vedere a un dermatologo. Ieri sono andato dal dermatologo che mi ha detto che quello lì non rappresenta un problema, però ce n'è un altro che... e così mi ha disegnato con la biro due frecce sul dorso, in corrispondenza di un piccolo neo un po' sfumato che devo andare a farmi rimuovere domani. Ora mi chiedo: a sua volta, il chirurgo mi dirà che anche quel neo lì non è niente di grave, e magari mi asporterà invece... che so, un orecchio? Tremo all'idea.
Fatto sta che il dermatologo mi ha detto che ne ho proprio tanti, di nei. È vero. Ho sempre sospettato che siano tutti segnati da numeri invisibili, e che se li unissi ne risulterebbe il disegno della mia anima, o magari il segreto dell'universo. Devo solo scoprire com'è la numerazione.

p.s.: Ho come l'impressione di aver già scritto l'ultima parte in passato, visto che è una cosa che mi frulla in testa da una vita. Ma se non me ne ricordo io, immagino che nemmeno voi... in caso contrario, scusate per la minestra riscaldata.

lunedì, maggio 18, 2009

fossato

Risuonano i cannoni che sparano alle nuvole.

Un paio di settimane fa, mentre mi occupavo del mio orto, il tizio che ha la vigna proprio lì di fronte ha attaccato bottone. Io, come mio solito, non sono stato di molte parole, ma abbiamo comunque fatto due chiacchiere su come le precipitazioni di quest'anno abbiano allargato considerevolmente il fossato che divide i rispettivi terreni, facendo crollare le rive e mangiando terra a entrambi. A un certo punto lui ha detto una frase in piemontese, poi ha esitato un secondo e me l'ha ripetuta in italiano, temendo forse che non lo capissi. Ci sono rimasto un po' male. Voglio dire, io il piemontese non lo parlo ma ovviamente lo capisco benissimo. A casa mia i miei l'hanno sempre parlato anche con me e i miei fratelli, però, non so perché, dal canto nostro non è che lo parliamo un granché, salvo qualche espressione ricorrente che insomma, viene meglio così. A me un po' manca questa cosa, perché ci sono dei contesti in cui parlare italiano ti rende più distante, più distaccato, specie se l'interlocutore ti parla invece in dialetto. Non so, ma vivo questa cosa con un senso di perdita.
Del resto io non sono uno che si lancia... se non so di poter fare una cosa più che bene, preferisco non farla piuttosto che sembrare innaturale ed esibire la mia goffaggine, specialmente quando la goffaggine non è giustificata, visto che sono piemontese al 100%.
Quindi parlo italiano e resto dall'altra parte del fossato.

mercoledì, maggio 13, 2009

patipipuppi

Ieri ho mangiato un melone: è estate.

Una cosa che mi ha sempre incuriosito è sapere come suona all'orecchio degli stranieri la lingua italiana, e soprattutto come essi la riprodurrebbero, se dovessero imitarla a orecchio. Insomma, quali sono i tratti distintivi della nostra lingua che saltano all'orecchio di qualcuno che parla un'altra lingua, così come noi cogliamo alcuni tratti delle lingue più "conosciute" (mi vengono in mente ad esempio l'inglese britannico o americano, il francese, il tedesco, lo spagnolo, il cinese, l'arabo, il giapponese, le lingue africane o quelle nordiche) e "sappiamo" farne un'imitazione in base ad alcuni elementi ricorrenti o alcuni stereotipi culturali di vecchia data. Immagino poi che la cosa vari da ascoltatore ad ascoltare: un francese coglierà alcuni tratti caratteristici dell'italiano, ma immagino che un cinese ne noterà altri. E anche se cogliessero gli stessi tratti, poi immagino che li riprodurrebbero diversamente a seconda degli strumenti forniti loro dalle rispettive lingue. Ricordo che una volta, a Osaka, chiesi a una mia compagna di classe, una nippo-americana, di provare a farmi un'imitazione di come parla un italiano, ma probabilmente la cosa la imbarazzava e quindi il risultato non fu soddisfacente. Tra l'altro lei non sentiva assolutamente il mio accento italiano quando parlavo giapponese, mentre lo sentiva quando parlavo inglese.
Tutto questo mi è venuto in mente qualche mattina fa guardando questo video, in cui il mio personale enigma viene in parte svelato da Peter Griffin, che evidenzia tra l'altro uno stereotipo su noi italiani che a molti di noi farebbe abbastanza strano... vale a dire, che di norma gli italiani portino i baffi. Vatti a fidare degli stereotipi...

lunedì, maggio 11, 2009

un concerto come piace a me

Il sole scalda finalmente la terra.

Sebbene io sia un appassionato di rock e derivati, non vado poi così spesso ai concerti, specialmente negli ultimi anni. Cerco però di vedere almeno una volta nella vita quei pochi miti personali, i pilastri sui quali poggia il mio amore per la musica, coloro che in una certa fase della mia vita hanno rappresentato, o ancora rappresentano, dei punti fermi da amare e ammirare incondizionatamente (o quasi). Ho visto Nick Cave, Shane MacGowan, P.J. Harvey (che ora non ascolto così tanto, ma quando facevo il liceo era in assoluto la mia cantante preferita), Bjork, Roger Waters, Micah P. Hinson, Cat Power, i Cure, i R.E.M., Peter Gabriel, Vinicio Capossela, i Baustelle, Tricky, gli Einsturzende Neubauten... e sicuramente qualcun altro che ora non ricordo. Come vedete non sono poi tanti, spalmati nell'arco di un quindicennio, e mancano alcuni nomi illustri... tipo Tom Waits, che viene in Italia ogni mille anni, Bob Dylan, i Radiohead, Sufjan Stevens, Beck, i Knife, Paolo Conte, i Tunng e tanti altri.
Il mio più grande rimpianto è ovviamente Fabrizio de André.
Un paio di settimane fa però ho aggiunto un tassello al mio puzzle, e sono andato a vedere Bonnie "Prince" Billy a Torino... cantante folk-country-rock-e-quant'altro che conosco da appena un paio d'anni ma di cui mi sono innamorato immediatamente. In realtà non ero del tutto convinto di andarci... in base a qualche video amatoriale che avevo visto su Youtube mi ero fatto l'impressione che dal vivo non mi sarebbe piaciuto più di tanto, più che altro per come stravolgeva le sue canzoni. Mi sbagliavo, perché già dal primo pezzo, una sorta di medley di brani diversi, diventavano chiare la potenza, l'intensità e soprattutto l'inaspettata vivacità che avrebbero caratterizzato l'intero concerto, dall'inizio alla fine. È stato un concerto suonato con lo stomaco e con il cuore da musicisti bravissimi, affiatati e appassionati.
A differenza di Cat Power, che ho visto in concerto lo scorso giugno e che, allo stesso modo, riarrangiava pesantamente le proprie canzoni, nel caso di Bonnie "Prince" Billy l'operazione non tradiva un senso di snobismo un po' egocentrico che non lascia alcuna concessione agli spettatori, bensì una sorta di generosità, la generosità di chi suona perché "gli piace farsi ascoltare" e vuole regalare qualcosa di nuovo e inatteso al proprio pubblico. A differenza di Bjork all'Arena di Verona nel 2003, costato assai di più, non è stato un concerto bello ma freddo, distante e (soprattutto) troppo breve. A differenza di Roger Waters a Milano lo scorso aprile, non è stato un concerto-museo... impeccabile ma emozionante solo perché permetteva una visita in territori del passato.
Insomma, quindici euro per un concerto come dovrebbero essere tutti i concerti.

Ecco qui sotto l'inizio ripreso da qualche sconosciuto al concerto (grazie, se capiti di qui)... dal vivo è stato un crescendo strepitoso, in un video amatoriale, purtroppo ma ovviamente, non rende un decimo della sua grandezza (anzi, probabilmente rimarrete delusi, dopo le mie lodi sperticate):

venerdì, maggio 08, 2009

gratis

Ci sta mettendo un po' a ingranare, ma i colori e i profumi sono già decisamente quelli dell'estate.

Sempre a Entracque, vicino all'arco che porta a casa di mio prozio, proprio sopra un muretto su cui sono certo di aver giocato da piccolo, ho notato alcune cassette contenenti delle radici di dahlie. Non so se avete presente come sono fatte... sono tuberiformi, tutte attaccate in delle specie di cespi anche abbastanza grandi. Le cassette erano poste tutte in fila, e lì vicino c'era un cartello scritto a mano che diceva:

PER CHI LE VUOLE - SONO GRATIS

Noi ovviamente ci siamo serviti (con moderazione... abbiamo preso un cespo più grosso e uno più piccino), e le pianteremo al ciabot, che stiamo cercando di abbellire il più possibile con fiori e piante. Ad ogni modo... a meno che non facciano parte di un piano diabolico il cui arcano scopo è propagare per il mondo dei cloni vegetali di Berlusconi o cos'altro... non la trovate una cosa bellissima? Voglio dire, questa generosità così cieca e disinteressata. Non è mica facile essere così. D'accordo che chi le ha tolte dalla terra sicuramente non se ne faceva niente. Però poteva sempre cercare di venderle, regalarle a persone conosciute, oppure semplicemente buttarle via, come sarebbe venuto naturale alla maggior parte delle persone. Invece ha deciso di cederle a dei passanti sconosciuti.
Mi sono chiesto se io ne sarei capace. Silvia mi ha detto: "Beh, potresti farlo anche tu, se ci capitasse di avere delle verdure dell'orto in eccesso... puoi lasciarle lì sotto casa". In un primo momento l'idea mi ha stuzzicato. Poi le faccio: "No, non mi va di regalarle a qualche cliente della gelateria che magari parcheggia davanti al nostro garage" (appena arriva l'estate troviamo puntualmente qualche macchina parcheggiata davanti al garage). E lei, quasi contemporaneamente: "No, alla fine se le prenderebbe tutte quella del piano di sopra" (non abbiamo proprio degli ottimi rapporti di vicinato). E così via...
Ecco, capite cosa intendevo, quando dicevo che non è così facile essere generosi ciecamente e disinteressatamente?

mercoledì, maggio 06, 2009

colori

Un sacco di passeri che sfrecciano nei cespugli.

Domenica scorsa siamo andati in montagna per trascorre una bella giornata tutta per noi, in famiglia. Favoriti dal bel tempo, abbiamo passeggiato con Pietro, lo abbiamo fatto giocare con le fontane, gli abbiamo fatto vedere qualche animale, siamo andati a mangiare fuori con lui e via dicendo. Tra le altre cose, abbiamo fatto un salto a Entracque, perché dovevamo passare in farmacia, e quella di Valdieri era chiusa. A parte una tappa veloce in una giornata di neve di una decina di anni fa, con gli amici, erano davvero molti anni che non andavo a Entracque, e ne avevo perciò un ricordo parecchio confuso. E dire che da piccolo ci andavo abbastanza spesso. Lì il mio prozio Dorino aveva un appartamento, e ogni tanto mi è capitato che i miei nonni mi ci accompagnassero, d'estate. L'appartamento di mio zio dava su una specie di cortile comune, e io giocavo lì con una vicina di casa, una bambina di nome Silvia (ma pensa un po'), che io, con autentico spirito di patata, chiamavo "Salvia". Credo di averla anche vista al funerale di mio zio, ma non ho avuto la certezza che fosse lei finché non ho chiesto a mia madrina. E comunque non avrei saputo cosa dirle. Ricordo poco altro di quel cortile, se non frammenti, vaghe impressioni: ricordo un cane che ululava quando risuonavano le campane, ricordo mio zio che faceva la grappa alla camomilla, forse un aliante giocattolo con le ali di polistirolo, comprato dal tabaccaio che vende un po' di tutto, a Valdieri.
A questo pensavo ieri mentre da Valdieri ci dirigevamo con la macchina verso Entracque, e mi chiedevo se sarei riuscito a ritrovare quella casa in cui non ero stato da anni. E pensare che qualche occasione c'era stata, negli ultimi tempi. Parcheggiando la Micra, scettico al pensiero di riuscire a trovare il posto, mi sono arrabbiato con la memoria. Perché le cose col tempo si dimenticano? mi chiedevo. Perché i momenti vissuti da piccoli, momenti così belli e speciali, finiscono triturati in un magma indistinto? Pensavo al fatto che Pietro non ricorderà nulla di questi (quasi) due anni passati con lui, e la cosa mi rodeva un po'.
Passeggino alla mano, ci siamo messi a cercare la farmacia. Io gettavo l'occhio in ogni cortile, in ogni via traversa, cercando indizi del passato, ma niente: quel paese più carino di quel che mi immaginassi non mi diceva un granché. Un ponte, un parco e un bar hanno acceso una flebile lucina in me, ma non sapevo nemmeno se si riferiva a quel periodo o a quando andavo a sciare con la mia famiglia.
Poi troviamo la farmacia. Silvia entra e io resto fuori con Pietro a farmi un giro. E in quel momento vedo un momento che raffigura un alpino... una scalinata... un portico... un muretto... e subito ho una specie di epifania. Avverto come un calore sgorgare dentro di me, entro nel portico, intravedo una via con in lontananza una statua della Madonna... non è quella, ma quella sotto... le case... i giardini... e all'improvviso so già cosa troverò al fondo di quella via.
Proprio non me l'aspettavo, e ho vissuto quel momento con una certa emozione. Appena Silvia ci ha raggiunti, siamo andati fino alla casa, e ho letto il nome sul campanello. I ricordi legati a quel posto sono rimasti indistinti come prima, ma entrandoci dentro si sono colorati come in un album per bambini. Erano ancora lì, aspettavano solo di essere sfogliati e riempiti.

lunedì, maggio 04, 2009

jack is back

Una bella giornata di maggio.

Guardo questo blog come si guarda un orto lasciato per mesi in mano alle erbacce, che più crescono e meno ti viene voglia di zapparle via... e mi dico: no, non può mica andare avanti così.
Quindi colgo l'occasione dell'arrivo del bel tempo per mettere mano alla zappa e dichiarare guerra alla gramigna: da questa settimana il blog riapre ufficialmente con (almeno) tre post alla settimana. Scritti in anticipo nei rari momenti di ispirazione, probabilmente.

venerdì, aprile 24, 2009

blip

Piove piove piove... e così i lavori nell'orto vanno a rilento... e io dimentico l'ombrello...

I bei tempi di Deezer sembrano finiti... effettivamente, sembrava fin troppo bello potere ascoltare interi album così, gratis. Ora molta roba è lì ma sembra irraggiungibile... forse c'è solo qualcosa che mi sfugge, ma l'impressione è che, appunto, fosse troppo bello, e la cosa non convenisse a qualcuno. Restano le radio tematiche del sito, che non sono male.
Ultimamente, però, mi sono appassionato anche a un altro sito musicale: Blip.Fm. Trattasi di una specie di social network che ti consente di caricare le canzoni (molte, ma niente a confronto del Deezer dei tempi migliori) che si trovano sul motore di ricerca, farle ascoltare ad altri e a tua volta ascoltare una specie di playlist formata dalle canzoni che gli altri "dj" caricano. Alle canzoni (che vengono chiamate "blip"), è poi possibile associare un messaggio. Si possono inoltre esprimere preferenze, condividere su altri social network, ecc ecc. Permette infine di caricare canzoni su altri siti grazie alla funzione "embed", cosa che, se non sbaglio, da Deezer non si può più fare.
Niente di eclatante, insomma, ma è carino. Se vi piace la musica, siete tutto il giorno di fronte a un computer e avete manie di proselitismo come il sottoscritto, allora forse vi può interessare.

Ecco qui la mia pagina personale.

p.s.: Ovviamente, se ci fosse qualche lettore di Strange Weather (c'è ancora qualcuno che legge questo blog?) intenzionato a iscriversi o già iscritto, mi faccia sapere il suo nick su Blip.fm, così lo inserisco tra i miei dj preferiti.

martedì, aprile 14, 2009

alfabeto 2

Una bellissima giornata di sole... e io ho un sacco di lavoro da sbrigare.

Ecco il nuovo punto della situazione su Pietro (scusate la prolungata assenza e il post scritto di fretta, ma ho davvero la testa da mille altre parti):

a) Oltre ad aver perfezionato la pronuncia delle parole (e i versi di animali) che già diceva, ora ha aggiunto un sacco di parole nuove al repertorio. Certo, il più delle volte ne dice solo un pezzo, ma il cambiamento è incredibile. Alcuni esempi nuovi: perché (parché), gioco (giocca), blu (bu), verde (vdé), giallo (già), bimbi (bibi), bruco (questo lo dice quasi uguale), buco (bukku), acqua (coca... qui ci dobbiamo ancora lavorare parecchio), ciccio (cicci), kiwi (ki), pera (pe), riso (zizi), giacca (giacca), pane (pa).... zecchi (zecchino d'oro), ecc... ormai è un fiume in piena, e ogni giorno salta fuori qualcosa di nuovo.
b) Ieri gli ho chiesto: "Chi sono io?" "Papà"; "E lei?" "Mamma"; "E tu?" "Pepe".
c) Riconosce i colori e sa raggruppare oggetti dello stesso colore.
d) Riconosce una canzone se gli fischietti le prime note, e ti dice a suo modo di che canzone si tratta.
e) Sa usare quasi autonomamente un lettore cd (sigh).
f) È passato a nuove canzoni preferite, che di volta in volta lasciano spazio ad altre. Alcune delle sue ultime hit: "La principessa Zaffiro", "Bambino Pinocchio", "Dolce Signora Minù", "L'uccellino azzurro", "Carletto principe dei mostri", "Il mago pancione", e poi ancora "Bocca di rosa", "Il gorilla", "Alla fiera dell'est", "Madama Doré".
g) Come ninna nanna, invece, ultimamente preferisce "Il Pescatore" di De André.
h) Ci prende per mano (o meglio, per un dito) per chiederci di giocare con lui. Tutti e due contemporaneamente, se possibile. È anche un filino insistente.
i) Non sopporta quando le cose non gli riescono come vorrebbe. A quel punto si arrabbia, inizia a lanciare oggetti, sbattere le mani a terra, camminare all'indietro.
l) Ci dà i baci, a volte anche di sua iniziativa.
m) È a suo modo ordinato, e in certi casi gli piace sistemare le cose nei cassetti.
n) Dorme decisamente di più di notte. Ora quando va bene dorme anche sei o sette ore di fila, e i lunghi mesi passati a svegliarsi ogni due ore se non peggio sembrano ormai un ricordo lontano. Però il cambio dell'ora ha sfasato i suoi orari, quindi non va mai a dormire prima delle undici o mezzanotte. Questo, unito al fatto che dopo le nove e mezza diventa attivissimo, ci preclude ogni possibilità starcene un po' tranquilli per conto nostro. Che è anche bello perché almeno riusciamo a stare di più con lui, però ogni tanto una seratina tranquilla non sarebbe male...
o) I suoi gusti alimentari sono più o meno gli stessi (mangia molto volentieri pasta, riso, verdura e frutta)... con più denti riesce a mangiare più carne, però.
p) Gli piace la zuppa di miso.
r) Adora giocare nell'erba o con la terra.
t) Gli piacciono gli insetti... api e formiche in testa.
u) È molto socievole e di compagnia, superato un primo momento di diffidenza.
v) Non è particolarmente agitato, peste, capriccioso o lagnoso, ma è terribilmente ostinato (leggi testone).
z) Gioca un po' con tutto quel che trova in giro, ma sistemare in ordine gli Occhiolotti gli piace particolarmente. Per dire "Occhiolotti" si mette un dito in un occhio... spero trovi in fretta un altro modo per dirlo.
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